Sondrio, 22 marzo 2015   |  

I tabù dell'immigrazione

Paul Collier, grande esperto di economie africane, già ricercatore della Banca Mondiale e consulente per la Commission on Africa del governo Blair, è l'autore di questo documentato saggio

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Che cosa spinge i migranti a partire, quali effetti producono le migrazioni su chi resta e quali sulle popolazioni autoctone dei Paesi ospitanti? Troverete la risposta a questi e ad altri interrogativi nel documentato saggio Exodus. I tabù dell'immigrazione (Laterza, pagg. 286, euro 24). Ne è autore Paul Collier, grande esperto di economie africane, già ricercatore della Banca Mondiale e consulente per la Commission on Africa del governo Blair e, fatto non secondario, figlio di emigranti tedeschi. Siamo alle prese con un libro che incrinerà le certezze delle due opposte posizioni che sull'argomento immigrazione si scontrano, non solo in Italia ma un po' in tutto il mondo, su valori piuttosto che confrontarsi su dati oggettivamente verificabili, come quelli forniti dall'autore. Un libro la cui lettura dovrebbe essere resa obbligatoria per chi si cimenta sull'argomento immigrazione in un dibattito televisivo, piuttosto che in un articolo o, magari, in una predica. Il perché è subito detto.

Nel saggio troviamo un'analisi ricca e documentata della complessità del fenomeno migratorio in tutte le sue componenti, che sfugge alle semplificazioni, quasi caricaturali, piuttosto che alle strumentalizzazioni che ne fanno i corifei "dell'ostilità nei confronti dei migranti, intrisa di accenti xenofobi e razzisti, ampiamente diffusa tra i comuni cittadini", da una parte, o dell'imperativo etico delle “porte aperte "secondo" lo sprezzante ritornello delle élite imprenditoriali e liberali, condiviso dagli studiosi delle scienze sociali” o, da ultimo, l'approccio solo emotivo di cui risentono certi interventi di qualche uomo di Chiesa.

Un libro dove non si parla di barconi, se non per rappresentare l'esperienza australiana di respingimento dei migranti che si affacciano sulle sue coste, né di profughi, categoria che troppo spesso assorbe nei dibattiti, in maniera strumentale, anche quella del semplice migrante economico, i quali fuggono da ben individuati Paesi in guerra, di cui si parla in un paio di pagine per dire che, come logico, si deve dare loro un visto d'ingresso, però a termine, perché quando finiscono le guerre sarebbe bene che questi rientrassero a ricostruire il proprio Paese. Affrontare il problema dei flussi migratori implica la capacità di ben declinare ruoli e interessi di tutte le parti in gioco: i migranti, gli autoctoni, ma anche le diaspore presenti nei vari Paesi e, soprattutto, coloro che rimangono nei Paesi di origine, i più deboli economicamente, quelli che non possono permettersi i costi del viaggio, i grandi assenti di ogni dibattito da talk show.

Se in "un'ottica emotiva, qualsiasi politica migratoria che non sia quella delle porte aperte appare spregevole", chi ha responsabilità di governo nei Paesi ospitanti non può affidarsi all'emotività per gestire un fenomeno complesso, ma deve aver ben presente gli effetti che ogni scelta politica ha sulle diverse componenti del fenomeno migratorio avendo l'obbligo "di bilanciare gli interessi dei ceti meno abbienti del Paese con quelli dei migranti e di chi è rimasto nei Paesi poveri". Senza dimenticare che "esistono molti modi di rispettare il nostro obbligo di aiutare i poveri"; come nel caso della Norvegia che impone restrizioni alquanto severe all'immigrazione che compensa però con aiuti generosi ai Paesi d'origine delle migrazioni; qualcosa che riecheggia "l'aiutiamoli a casa loro", detto forse con scarso stile dai leghisti.

Non si tratterà di stabilire se la migrazione sia un bene o un male ma piuttosto "quale sia la quantità più adeguata", perché, in assenza di controlli, l'accelerazione dei movimenti migratori potrebbe diventare eccessiva, con danno di tutte le parti in causa, in particolare per gli autoctoni e per per chi rimane a casa, e per i pPaesi più poveri ulteriormente depauperati delle loro forze migliori e dei loro cervelli, essendo i migranti la componente che ha i maggiori benefici. "Ecco perché i controlli, lungi dal costituire un imbarazzante retaggio del nazionalismo o del razzismo, diventeranno strumenti sempre più importanti delle politiche sociali di tutti i Paesi ad alto reddito". Non solo in termini quantitativi, ma anche con riferimento alla loro composizione, non ultima "le origini culturali", come ben sottolineava, inascoltato, qualche anno fa il cardinale Giacomo Biffi, perché più distante è la cultura della diaspora e più lenta sarà la sua integrazione, con la conseguenza che anche il tasso migratorio subirà un rallentamento. Perché solo se si favorisce l'integrazione delle diaspore presenti sul territorio si possono creare nuovi spazi per nuovi immigrati. Anche l'integrazione sconta però due diversi approcci aventi conseguenze ben diverse.

Da una parte quello del multiculturalismo, cavalcato dai "progressisti", che permettendo il perpetuarsi di comunità separate, ermeticamente chiuse anche logisticamente in aree specifiche, vorrebbe riconoscere ad esse una sorta di autoregolamentazione, magari sulla base di norme che si rifanno alla shari'a, arrivando fino a pretendere che siano gli autoctoni che si piegano alla cultura dei migranti ( si pensi a quando si annullano le celebrazioni del Natale per non disturbare i bambini mussulmani). Dall'altra quello dell'assimilazione che consente ai migranti di mischiarsi con gli autoctoni, uscendo anche fisicamente dai propri ghetti, imparando la lingua e adottando le abitudini del Paese di accoglienza e pervenendo a un maggiore livello di fiducia reciproca, rafforzata anche dai "matrimoni misti che danno vita a una discendenza comune" arrivando a costruire un'identità condivisa.

Se si vuole governare il fenomeno migratorio e non subirlo, queste sono le scelte con cui ci si deve misurare. Detto dei controlli necessari per governare il fenomeno, le conclusioni a cui perviene l'autore, mettendo anche in conto il rischio di essere oggetto di qualche fatwa da parte dei "custodi integralisti delle ortodossie" dell'una e dell'altra sponda, sono riassunte nelle ultime righe del suo saggio che conclude così: "mi rendo conto che è mio padre (Karl Hellenchmidt Jr) il vero ispiratore di questo libro. Karl Hellenchmidt Jr ha dovuto affrontare la scelta che da sempre ricade sulla seconda generazione.. Aggrapparsi alla propria ostentata differenza o abbracciare una nuova identità? Lui ha deciso di fare il salto. Ecco perché avete appena finito di leggere un libro di Paul Collier e non di Paul Hellenschmidt.".

Nel suo libro, Collier prende in esame anche una serie di variabili che fanno da cornice al fenomeno migratorio e di cui abbiamo potuto riscontrarne la fondatezza in quella Africa in sedicesimo che risponde al nome di Rwanda. Qui il fenomeno migratorio è praticamente sconosciuto; almeno quello dei migranti che salgono sui barconi. La risposta è duplice.

In primis quel "aiutiamoli a casa loro" si concretizza in aiuti internazionali (in prevalenza provenienti da Usa, Cina, Paesi europei) che coprono una quota significativa del bilancio rwandese, pari a circa il 40% peraltro dimezzatasi negli ultimi 12 anni. In seconda istanza, va detto che l'attuale governance rwandese è riuscita a costruire, dopo la tragedia del 1994, un modello sociale, fatto di istituzioni, regole, norme e organizzazione, cui si aggiunge il perseguimento di una forte identità nazionale, che ha creato le condizioni e ancor più le prospettive per cui un cittadino rwandese valuti la possibilità di scommettere sul proprio Paese, non lasciandosi attrarre dalle sirene dei Paesi occidentali.

Semmai assistiamo a un fenomeno di inurbamento dalle campagne alla capitale Kigali, diffuso in tutto il continente africano, che lungi dall'avere connotazioni negative, come spesso viene sottolineato da qualche studioso, è la vera tendenza che secondo Collier caratterizzerà le dinamiche migratorie future, tanto dall'ipotizzare che nel prossimo futuro le mete dei migranti non saranno più le città europee, ma le grandi capitali africane piuttosto che le grandi città asiatiche.

Anche le politiche che i Paesi più poveri, quelli che Collier chiama "i Paesi dell'ultimo miliardo", mettono in atto per favorire il rientro nel Paese d'origine delle varie diaspore presenti all'estero per aiutare lo sviluppo delle economie e delle istituzioni del Paese d'origine, trovano attuazione in Rwanda attraverso il programma "come and see" (vieni e vedi) che ha portato numerosi rwandesi della diaspora a rientrare a casa, attratti dal successo del modello rwandese. Ugualmente applicate sono le politiche migratorie che riguardano gli studenti inviati nelle università estere per creare il futuro ceto dirigente del Paese, che si concretizza in Rwanda con l'invio negli Usa in Cina e in India dei giovani più promettenti.

 

 

 

 

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