Sondrio, 30 novembre 2017   |  

30 Novembre: il giorno di Marina e Ulay

Ricorre oggi il 71esimo compleanno di Marina Abramovic, pioniera della body art, e del suo ex compagno di vita e carriera, Ulay. Palazzo Strozzi a Firenze inaugurerà proprio il 21 settembre 2018 un’attesissima retrospettiva a lei dedicata riunendo oltre 100 opere dagli anni 70 ad oggi, offrendo così la straordinaria possibilità di scoprire interamente la sua arte

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Marina Abramovic e Ulay negli anni 80

Per i suoi 70 anni, festeggiati l’anno scorso, Marina Abramovic si è regalata una biografia intensa pubblicata da Bompiani con il titolo “Attraversare i muri” proprio perché “nel clima oppressivo della Jugoslavia postbellica, i veri comunisti dovevano saper superare ogni ostacolo con la loro fermezza”. Fu soltanto intorno ai dieci anni che l’artista serba scoprì il giorno vero della sua nascita, dato che i genitori avevano per molto tempo cercato di stabilire una felice coincidenza tra la sorte della Jugoslavia libera e il suo compleanno, che veniva così a sua insaputa anticipato di un giorno, il 29 novembre. Cadevano infatti in quella data gli anniversari dell’istituzione della nuova Democrazia Federale di Jugoslavia da parte del Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare (nel 1943) e della proclamazione della Repubblica Socialista di cui Tito divenne primo ministro (nel 1945).

Proprio quel luogo natìo da lei giudicato “oscuro” fa da sfondo ad una narrazione costellata da dolore, privazioni e grigiore: una caratteristica del comunismo e del socialismo, definito dalle sue parole “una specie di estetica del brutto assoluto”. La Belgrado della sua infanzia è teatro d’incontro anche dei suoi genitori, la madre Danica e il padre Vojin, detto Vojo. I genitori, una sorta di eroi di guerra avendo combattuto i nazisti con i partigiani comunisti comandati da Tito, dopo la guerra divennero membri di rilievo del partito assumendo incarichi di un certo rilievo. Marina ricorda il loro matrimonio esattamente come la guerra: era bandita ogni forma di affetto e loro non facevano altro che litigare, inoltre, forse anche per onorare un’antica usanza partigiana, erano soliti addormentarsi sempre con una pistola carica sul comodino. Il padre, combattente della tredicesima divisione Montenegro, era animato da un grande coraggio; faccia da eroe e metodi educativi piuttosto singolari.

Esasperato dal fatto che Marina per paura non volesse imparare a nuotare, la portò a soli sei anni con una barca in mezzo al lago e poi la gettò in acqua allontanandosi a remi, perché così i partigiani insegnavano a nuotare ai figli. Ma alla fine non la puniva mai e non la picchiava mai, per questo motivo Marina imparò a volergli bene. A Vojo piacevano moltissimo le donne, e la sua infedeltà rendeva pazza di gelosia e di rabbia la madre, che finì per odiarlo. Marina apprese in seguito che il suo stesso nome fu omaggio ad una sua amante soldatessa, fatta a pezzi con una granata sotto ai suoi occhi. Proprio con la madre Danica per tutta la vita visse un rapporto tumultuoso e difficile, fatto di botte, sangue, punizioni, privazioni, ossessioni e controllo manipolatorio.

Quella donna che sopportava benissimo il dolore e che nessuno aveva mai sentito urlare, al punto tale che dal dentista insisteva per non venire anestetizzata e farsi estrarre così un dente, le trasmise un forte senso di resistenza, controllo delle emozioni e del corpo, assopendo definitivamente ogni suo istinto materno. I successivi suoi tre aborti volontari nel corso della vita divennero la prova tangibile di questo, poiché Marina non aveva mai desiderato figli, e fu sempre inamovibile dinanzi a quella scelta per tanti motivi. La madre la punì sempre per molte cose ma l’incoraggiò nell’unica direzione che fosse l’arte, perché l’arte per lei era sacra, e Marina iniziò dunque dipingendo e frequentando a diciassette anni l’accademia di belle Arti di Belgrado. Fu sempre la data del 30 novembre però a stravolgere la sua esistenza e in particolare quella del 1975, dove per coincidenza o destino avvenne il suo primo incontro con Ulay, pseudonimo di Frank Uwe Laysiepen, nato a nato a Solingen quello stesso giorno, proprio come lei. Tra i due iniziò presto un legame personale oltre che un fecondo sodalizio artistico, e il 30 novembre 1976 fu segnato quindi da un doppio anniversario: entrambi compivano gli anni ed era trascorso un anno esatto dal loro primo incontro. Marina e Ulay prepararono per l’occasione Talking about Similarity, il primo di una serie di lavori con cui fu inaugurata la tradizione della ‘performance di compleanno’. Di fronte a un pubblico ristretto accolto nello studio di un amico fotografo ad Amsterdam, lui si cucì le labbra con ago e filo mentre lei si occupava di rispondere alle domande degli amici dando voce ai pensieri del compagno come in un test di empatia o telepatia. Il loro rapporto durato ben dodici anni diede grandi frutti dal punto di vista artistico, mentre il loro amore iniziò a vacillare pericolosamente grazie alle numerose infedeltà di Ulay e al temperamento inquieto di Marina composto da richieste, ossessioni e gelosia: una tempesta di emozioni tragicamente balcanica, tipica di coloro che pretendono tutto l’amore insaziabile mai avuto da bambini. Il sipario tra loro cala definitivamente nel 1988 con la storica performance The Lovers, dove per tre mesi e dieci ore di cammino al giorno lei e Ulay percorsero a piedi tutta la muraglia cinese partendo dai lati opposti, sino ad incontrarsi esattamente a metà del percorso soltanto per dirsi addio, sancendo così il termine della loro vita da amanti.

“Perché la realtà è che alla fine sei sola, qualunque cosa tu faccia” e sulla base di questo suo pensiero lavora sodo sino ad ottenere il Leone d’oro alla Biennale di Venezia nel 1997, con la sua performance più celebre ed intensa: Balcan Baroque. Sono trascorsi esattamente 20 anni da quell’evento, ma resta ancora ben impressa nella memoria comune l’immagine di Marina seduta su un mucchio di ossa bovine con addosso un camice bianco sporco di sangue che provvede, con spazzola in ferro, acqua e sapone, a lavare raschiando via pezzi di carne e cartilagine mentre intona canti della sua giovinezza in serbo; una sorta di rituale purificatorio di se stessa e delle stragi che avvenivano nei Balcani. Con quel lavoro l'artista ha voluto denunciare gli orrori che sono stati commessi durante la guerra, ottenendo una partecipazione emotiva violenta e profonda da parte del pubblico, al punto tale da affermare che l’intera stanza odorava soltanto di morte e cadavere, in un crescendo al limite della sopportazione umana. Grazie alla retrospettiva del 2010 al Moma di New York sfondò completamente i confini del mondo dell'arte, raggiungendo il grande pubblico.

L’artista rimase seduta immobile per tre mesi, otto ore al giorno senza bere o mangiare, soltanto per sostenere impassibile lo sguardo degli spettatori che si paravano davanti a lei, (furono 850 mila dal vivo e milioni sul web) riuscendo soltanto a liberare il pianto e le sue emozioni davanti ad Ulay, giunto a sorpresa dinanzi a lei 30 anni dopo, proprio il giorno della chiusura della performance. Un “crollo” emotivo che sancì il suo primo passaggio verso la crescita e volto a liberarsi da un passato ingombrante, vittima di una costruzione mentale e famigliare dove tutto doveva soltanto essere celato e nascosto. A 70 anni l’artista cambia pelle e come un serpente inizia a svelare la sua parte emotiva, così fragile e complessa, a differenza del suo corpo, da sempre temprato al dolore e resistente alla sofferenza. Auguri dunque e per questo compleanno la mostra di Firenze, prima retrospettiva in Italia interamente a lei dedicata, si rivela ad oggi la sua più bella performance mai realizzata.

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