Sondrio, 02 giugno 2017   |  

L'eredità del 2 Giugno è il confronto tra le diverse culture di cui è fatto il nostro Paese

di Giulio Boscagli

Celebrare la festa della Repubblica ha senso se si fa memoria del suo significato più profondo che è la premessa per la nascita della Carta costituzionale

costituzione italiana

Il due Giugno 1946 si recarono alle urne poco meno di 25 milioni di Italiani ( circa il 90% degli aventi diritto) per scegliere il nuovo assetto istituzionale dell’Italia nell’alternativa tra la nuova Repubblica o il mantenimento della monarchia. Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’interno furono 12.718.641 gli italiani che scelsero la repubblica; 10.718.502 quelli che preferirono la monarchia.

Ci furono più di un milione e mezzo di schede annullate e questo (unito al fatto che a sovraintendere alle elezioni era il Ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Togliatti) fece scendere su quel risultato le polemiche di possibili brogli. La differenza tra i due schieramenti era tale, infatti, che lo spostamento di un milione di voti avrebbe potuto ribaltare il risultato.

Non voglio qui tornare su quelle polemiche che appassionano sempre meno anche gli storici, quanto piuttosto riflettere sulla divisione che, in ogni caso, era emersa dal risultato del referendum. Il paese era di fatto spaccato in due, politicamente e geograficamente, dal momento che nelle regioni del Sud aveva ampiamente vinto la scelta per la monarchia.

La domanda che è utile porsi nella ricorrenza dei settanta anni da quella data è piuttosto un'altra: come fu possibile che quella profonda divisione non spaccò il paese rinfocolando anche odi e violenze tra compatrioti quali si erano da poco appena un po’ sopiti? Non si dimentichi che nel Primo Congresso della Democrazia Cristiana che si era tenuto nell’aprile di quello stesso anno, il segretario e presidente del consiglio Alcide De Gasperi aveva nel suo intervento programmatico ricordato le vittime democristiane cadute per mano comunista ben dopo il 25 aprile nonché segnalato l’arrivo di armi in diversi porti italiani. La guerra civile avrebbe ben potuto rinfocolarsi con esisti disastrosi.

Le elezioni del 2 giugno diedero vita ad una Assemblea Costituente in cui erano rappresentate tutte le diverse anime culturali e politiche del paese. I tre grandi partiti, La Democrazia Cristiana, il Partito Socialista di Unità Proletaria e il Partito Comunista Italiano, rappresentavano quasi il 70% dei votanti, ma nell’Assemblea erano rappresentati ben 15 schieramenti, compresi rappresentanti regionali e i populisti di allora.

Fu quella assemblea che garantì il futuro sviluppo dell’Italia. Per più di un anno ci fu un confronto intenso, a volte drammatico, tra le diverse opinioni fino a trovare un “compromesso nobile” tra le diverse posizioni che diede vita alla Carta Costituzionale entrata in vigore il Primo gennaio del 1948.

Commentatori superficiali hanno nel tempo voluto sminuire il significato di quella carta, sottovalutando i rischi che un mancato accordo avrebbe portato all’Italia.

Nel settantesimo anniversario non serve certamente congelare quel documento che, come tutto, sente l’usura del tempo e il cambiamento delle mentalità. Resta tuttavia immutato il metodo che aveva generato la Carta del 1948: un ampio e approfondito confronto tra le diverse culture di cui è fatto il nostro Paese. Questo è, a mio parere, il lascito incancellabile di quella Carta Costituzionale.

 

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