Grosio, 01 aprile 2017   |  
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Anche Grosio ha i suoi migranti: sei adulti e sei bambini

Il grosino Martino Ghilotti, che segue con simpatia Valtellinanews, interviene con una lettera su una questione di grande attualità come quella dell'accoglienza senza limite o della totale chiusura a chi entra in Italia.

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Veduta di Grosio

Caro direttore,

alla fine i migranti sono arrivati a Grosio, per la verità dopo un viaggio neppure troppo lungo; infatti, prima erano alloggiati presso l’hotel Piccolo Mondo di Tirano.
Sono 4 donne, 2 uomini e 6 bambini: originari dell’Eritrea, della Costa d’Avorio, della Nigeria e del Ghana. Uno spaccato di quello che è il fenomeno migratorio: profughi quelli provenienti dall’Eritrea, migranti economici gli altri, in quanto provenienti da Paesi non aventi le classiche situazioni comportanti, in via generale, il riconoscimento dello status di profugo.

Si conclude così la prima fase di una vicenda che ha visto la discesa in campo, su fronti opposti, di chi vuole innalzare “muri” e chi gettare “ponti”. Da qui in avanti, confidando sull’attenta vigilanza del Sindaco perché il tutto si svolga nel rispetto delle convenzioni che regolano la gestione degli ospiti, toccherà ai grosini trovare il giusto approccio con i nuovi venuti. In questo senso, i primi contatti dei bambini con i ragazzi dell'oratorio, sono un buon segnale.

Forse a Grosio, in alternativa ai modelli di comportamenti che traggono ispirazione dall’immagine, ormai oggettivamente logora e stucchevole, del muro e del ponte, si potrebbe inaugurare un modello totalmente nuovo, suggerito in un suo recente scritto dal monaco benedettino, Giulio Meiattini: quello della “porta”.
Dalla simbologia della porta, che dà accesso alle case fatte di mura, l’illustre monaco fa discendere una serie di implicazione che potrebbero essere utilmente assunte nell'approccio al fenomeno migratorio in senso lato e ispirare anche comportamenti di civile convivenza nello specifico grosino.

La porta ha due stipiti su cui vi è idealmente scritto “da qui puoi passare” sull’uno e “da qui devi entrare” sull’altro, soggiacendo agli obblighi che tale passaggio impone.
Perché, “dimenticare che esistono porte custodite e da custodire, e che a loro volta custodiscono, è cancellare le identità”. Perché varcando una porta si entra in un mondo non proprio, ma di altri, “in un luogo già abitato, non in una terra di nessuno”. Per questo, “chiunque dal di fuori entri in una casa attraverso la porta, deve adeguarsi alle abitudini di quella casa. La gentilezza di chi apre la porta esige, dall’altra parte, il rispetto da parte di chi bussa” sapendo che nella nuova casa “ci sono leggi, c’è una storia e una tradizione che le ha forgiate; per esse tu devi passare, se vuoi fruire anche delle possibilità che la nostra casa comune ti concede; per questo tu devi ringraziare!”.

Affrontare il problema migratorio con eccessiva faciloneria o, peggio, ispirati da ideologismi sempre deformanti la realtà, non gioverà né a noi né a chi arriva.
Sapendo che chi transita sui “ponti” ha la necessità all’altro capo del ponte di trovare case in cui abitare, rispettando “equilibri e alleanze, norme e linguaggi comuni”, la conclusione del monaco è che i Paesi europei, Italia in primis, “non possono banalizzare, con formule semplificatorie – di destra o di sinistra – il senso dell’accoglienza e la sua politica. È comodo e semplicistico il muro. È banale e demagogico il ponte. È discreta e complessa, sfumata e intelligente, la spiritualità della porta”.

Caro direttore, con i tempi che corrono credo che l’allegoria della porta, suggerita dal monaco benedettino, dovrebbe far riflettere sia i duri e puri propugnatori dei muri, che i buoni, ma non sempre disinteressati, cantori dei ponti e, infine, confermare i grosini nei loro tradizionali modelli di generosità.
Per la verità, ci sarebbero anche quelli che optano per "l'aiutiamoli a casa loro"; per questi ultimi – illusi per certi illuminati, ma realisti per noi – la "porta" semplicemnete si apre su quel ponte, da percorrere a ritroso, che porta appunto in Africa a lavorare sul campo con loro e per loro. Un cordiale saluto. Martino Ghilotti

Gentile Ghilotti, siamo in assoluta assonanza con quanto lei scrive. Non dubitiamo della generosità dei grosini, che senz'altro accoglieranno con umanità i dodici migranti.

Su una popolazione di poco meno di 4.500 abitanti, una dozzina di immigrati, di cui sei bambini, costituiscono circa lo 0,25 per cento degli autoctoni. Un numero facilmente integrabile, tanto più se gli adulti ospiti compendono di essere tali.

Se la loro presenza dovesse invece raggiungere, come nel capoluogo lombardo, il 14 per cento, come sarebbe l'umore di quei grosini, che sicuramente ci sono, irriducibilmente votati a “gettare ponti” e ad aprire indiscriminatamente le porte a tutti?   Alberto Comuzzi

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