Sondrio , 13 settembre 2019   |  

Benedetta Bianchi Porro proclamata beata

di Donatella Salambat

Sarà il cardinale Angelo Becciu nella cattedrale di Forlì a ufficializzare quanto stabilito dalla Congregazione dei Santi, sabato 14 Settembre.

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Un momento della cerimonia

Sabato 14 Settembre alle ore 10.30, Benedetta Bianchi Porro sarà proclamata beata. La Santa Messa si svolgerà nella cattedrale di Forlì, officiata dal prefetto della congregazione dei Santi, cardinale Angelo Becciu, mentre a Dovadola dove è sepolta, domenica 15 Settembre, alle 10.30 sarà celebrata una Messa officiata dal vescovo, Livio Corazza.

Benedetta nasce a Forlì l’8 Agosto 1936 e muore a Sirmione il 23 Gennaio 1964, all'età di ventisette anni. Una vita, la sua, caratterizzata dalla malattia e dalla sofferenza. A pochi mesi dalla nascita è colpita dalla poliomelite, cresce con una gamba più corta, ma questa menomazione non la fermerà. Vive anche gli anni bui della Seconda guerra mondiale: sarà costretta a lasciare la casa natia a Dovadola per farvi ritorno a fine conflitto.

La vita di Benedetta è costantemente minata dalla malattia, viene colpita dalla sordità, ma nemmeno questo arresta la sua grande voglia di vivere e prosegue gli studi con grande impegno e determinazione.

A soli diciassette anni si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano, saranno proprio questi studi che le permetteranno di diagnosticarsi la malattia di cui è affetta: neurofibromatosi diffusa conosciuta meglio come morbo di Recklinghausen.

La malattia minerà il suo corpo senza tregua. Oltre alla sordità, rimane totalmente paralizzata, priva di ogni facoltà sensitiva e finisce per perdere anche la vista. Così descrive la malattia il fratello Corrado Bianchi Porro, per anni giornalista economico al "Giornale del Popolo" di Lugano, il quale ha vissuto accanto a Benedetta negli anni della sua sofferenza: «La malattia di Benedetta erano tumori benigni che colpivano progressivamente tutti i centri nervosi. Divenne prima sorda, poi paralizzata, poi cieca. Negli ultimi tempi era come un castello col ponte levatoio. Lei poteva parlare ma noi comunicavamo con lei solo con l’alfabeto muto attraverso un’unica mano che era rimasta sensibile, leggendo per esempio le lettere degli amici con l’alfabeto muto della sua mano. Straordinario questo in un’epoca in cui noi siamo sempre online e (in)capaci di comunicare. Ma abbiamo perso molte possibilità di comunicare con il cuore di chi ci vive accanto. Molti amici andavano da lei per consolarla e si trovavano consolati, perché lei leggeva non si sa come i loro problemi e li accompagnava alla speranza e alla gioia di Dio, più grande della nostra incapacità di vederLo e capirLo».

Il fratello si sofferma anche sull’importante eredità che la sorella ha lasciato a tutti.«La carità è abitare negli altri», spiega. «Faccio un esempio. Nel primo viaggio a Lourdes, Benedetta, già immobile sul lettino, aveva vicino un’ammalata di Sondrio che piangeva. Allora, commossa da questa storia, le prese la mano e disse: "Preghiamo insieme la Madonna e vedrai che Lei ti aiuterà". Al termine della preghiera, l’ammalata di Sondrio si alzò guarita. La mamma che l’accompagnava le disse: "Potevi pregare per te". Ho raccontato questa storia ai ragazzi e tutti al termine hanno detto “ma che sfortuna” perché non era stata guarita lei. Invece lei di ritorno da Lourdes scrive agli amici “che gioia, c’è stato un miracolo. A Lourdes ho trovato la ricchezza della mia condizione”».

Benedetta era una donna esile, ma di un’intelligenza acuta e provvista di un animo sensibile. Con l’aiuto della fede ha saputo spezzare la solitudine della sua malattia. «Stare accanto ad una sorella che ha iniziato un cammino di santità», afferma il fratello Corrado, «è sempre una ferita aperta. Perché c’è la vergogna di sapere e vedere che non siamo degni di quello che ci ha detto e di come ha vissuto. Nello stesso tempo, c’è anche una grande gioia. Perché certo Dio è Padre di tutti e noi siamo figli di Dio. E siamo in tanti. Con Benedetta vediamo invece che la santità di Dio è vicina a noi, nella nostra casa, è nostra sorella. E dunque è gioia per tutti». Benedetta si spegne nella sua casa di Sirmione alle 10.40 del 23 Gennaio 1964, con un «grazie» come ultima parola.

I resti di Benedetta Bianchi Porro riposano nella chiesa della Badia di Sant’Andrea a Dovadola in provincia di Forlì. Il 7 Novembre 2018 Papa Francesco autorizza la promulgazione del decreto relativo a un miracolo ottenuto per intercessione di Benedetta nel 1986 e per il comportamento e la fede mantenuti in vita nonostante le sofferenze. Il miracolo è riferito alla guarigione di un giovane ventenne, ridotto in fin di vita a causa di un incidente motociclistico avvenuto il 21 Agosto 1986. La madre e gli amici non si arrendono, così recitano una novena chiedendo l’intercessione di Benedetta Bianchi Porro. Il 3 Settembre 1986 ,il giovane si sveglia. Oggi è padre di due figli. Una commissione costituita da sette medici, incaricati di studiare i referti, non hanno nessuna spiegazione scientifica della guarigione.

 

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