Venezia, 16 luglio 2017   |  

Biennale 2017, l’arte è viva

di Paola Mormina

Torna a Venezia l’appuntamento più importante dell’arte contemporanea, la 57° edizione della Biennale

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Curata da Christine Macel, quarta donna selezionata nei 122 anni di storia della manifestazione, Viva arte Viva conta 120 artisti chiamati a esporre provenienti da 51 diversi paesi dei quali 103 presenti per la prima volta in assoluto, come Antigua, Barbuda, Kiribati e Nigeria. Il percorso proposto dalla curatrice francese si snoda attorno a nove padiglioni (il Padiglione dei Libri e degli Artisti, il Padiglione delle Gioie e delle Paure, il Padiglione dello Spazio Comune, il Padiglione della Terra, il Padiglione delle Tradizioni, il Padiglione degli Sciamani, il Padiglione Dionisiaco, il Padiglione dei Colori e il Padiglione del Tempo e dell’infinito) disseminati tra i Giardini e gli spazi immensi dell’Arsenale, concepito in origine come cantiere navale.

L’esposizione propone un viaggio attraverso l’arte contemporanea ricollocando però unicamente all’artista come unico punto di riferimento e dando libero spazio alla manifestazione insita nel suo pensiero, sia questo attraverso le letture, la riflessione, la paura, il sentimento, e perché no, anche la magia e la potenza del rituale, proposte e affrontate audacemente nel “Padiglione degli Sciamani” all’Arsenale, meritevole di particolare attenzione, e dove si può incontrare il suggestivo lavoro del marocchino Younès Rahmoun, “Taqiya-Nor”, installazione composta da 77 berretti di lana che coprono altrettante lampade adagiate sul pavimento (77 è una cifra sempre ricorrente nelle sue opere, ed è il numero dei gradi della fede secondo Maometto).

Il brasiliano Ernesto Neto invece affronta la tematica con “Um Sagrado Lunar”, collocando una gigantesca tenda dalla trama organica lavorata all’uncinetto nella sala delle Corderie riempiendola completamente, e dove i visitatori sono invitati ad entrare per conoscere i rituali degli indios Huni Kuin originari della Foresta Amazzonica, focalizzando l’interesse sulle cerimonie sacre di guarigione sciamaniche come cura contro i mali della società contemporanea. Interessante anche la riflessione posta sugli artisti che “oziano” nel Padiglione centrale dei Giardini, dove viene messo in discussione il ruolo del lavoro come valore assoluto dei tempi moderni e conseguentemente come corollario quello del denaro, vissuto come una vera e propria ossessione. “The artist is Asleep”, installazione a questo proposito proposta da Yelena Vorobyeva e Victor Vorobyev, colloca fisicamente un corpo addormentato nel suo letto e invita semplicemente ad attendere che il messo dormiente si risvegli, mentre strofinandosi gli occhi può dare inizio al suo prossimo capolavoro.

I padiglioni nazionali propongono invece una varietà di spunti di riflessione sul mondo moderno, come gli Stati Uniti che collocano le opere di Mark Bardford “Tomorrow Is Another Day” all’interno di un compostissimo tempio classico, ma costringono poi il visitatore all’ingresso e all’uscita dalle porte laterali di servizio, dato che il piazzale antistante risulta completamente inaccessibile ostruito da detriti e rifiuti. Il Leone d’Oro quest’anno se lo aggiudica invece il padiglione della Germania, dove Anne Imhof ne stravolge completamente la struttura con “Faust”. Una rete metallica avvolge totalmente lo spazio esterno sorvegliato da alcuni doberman, mentre all’ interno un pavimento trasparente su due livelli mostra alcuni giovani performer in una sequenza che esprime liberamente violenza, erotismo, amore, repulsione e dipendenza.

L’artista riscrive una sorta di “Faust” in chiave moderna: se il Faust di Goethe era semplicemente ossessionato dal controllo sulla conoscenza del mondo, ora i tempi attuali hanno completamente ribaltato quel disegno iniziale riconducendo l’uomo ad essere egli stesso vittima e schiavo dei sistemi di controllo. E’ qui affrontato il tema disperato della fuga e il tentativo di superare a tutti i costi muri e barriere che imprigionano dentro a stressanti status convenzionali. Poco distante la Russia sotto il titolo di Theatrum Orbis, presenta in particolare i lavori del Recycle Group (Blocked Content) ambientati nel Nono Girone Dantesco (quello dei traditori), analizzando così il fenomeno della realtà virtuale e dei social media. Un inferno dove i “peccatori” del web vengono puniti e “bloccati” nella loro stessa rete, e il girone li suddivide in spammers, virus e fake, ognuno intrappolato nella propria pena in contrappasso. Grisha Bruskin e Sasha Pirogova invece riempiono la scena con centinaia di bianche figure: umani, animali, ibridi, droni, idoli arcaici e soldati in lotta per il potere assoluto tanto bramato, ricordando che il “gioco” della guerra da loro proposto coinvolge tutto il mondo contemporaneo, dalla Palmira siriana a New York.

Israele stupisce invece con l’artista Gal Weinstein che con “Sun Stand Still”, racconta attraverso un episodio biblico l’ossessione umana di poter fermare il trascorrere tempo a proprio piacimento. Giosuè secondo il mito biblico fermò infatti il sole per poter vincere indisturbato la battaglia contro il re di Canaan, impedendo così alle tenebre di calare improvvisamente, ostacolando i suoi rovinosi piani. Il padiglione italiano, curato da Cecilia Alemani, s’intitola, riprendendo un’opera pubblicata nel 1948 dal grande antropologo Ernesto de Martino, Il mondo magico. Sicuramente di rilievo anche per l’immediato impatto visivo l’istallazione-performance del modenese Roberto Cuoghi, “Imitazione di Cristo”, dove vi è rappresentata una sorta di “officina” per la fabbricazione di Cristi crocifissi, con tanto di operai all’opera attorno ad un immenso forno intenti a colare materiale organico dentro agli stampi. Dei giganteschi igloo in plastica raccolgono infine i crocifissi durante la fase finale di essicazione, mentre in fondo alla sala sono ordinati e classificati pezzetti anatomici “sbagliati” e crocifissi riusciti male.

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