Sondrio, 21 giugno 2018   |  
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Cardiologia di Sondrio: continua il polverone

di Alberto Comuzzi

Maldestro tentativo del Direttore dell' Unità di Senologia dell'ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona di sostenere la posizione indifendibile della dottoressa Tavasci.

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Sondrio, ingresso dell'ospedale

Il dottor Giorgio M Baratelli, direttore dell' Unità di Senologia dell'ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona ha scritto alla nostra redazione questa lettera che volentieri pubblichiamo.

Cose italiane. Ho letto, con molta sorpresa e dispiacere, della vicenda della dottoressa Tavasci, rimossa dall’incarico di Primario di Cardiologia per la mancanza di un requisito fondamentale al momento dell’assunzione, ossia quello di aver maturato almeno sette anni di lavoro nella sanità pubblica, come puntualmente denunciato da una segnalazione anonima.

Alcune considerazioni: 1. la meschinità e la piccolezza dell’anonimo segnalatore, proprio perché non ha avuto il coraggio di metterci la faccia; 2. l’invidia, che ovviamente fa parte dei piccoli meschini, è il movente vero della vicenda; 3. la burocrazia italiana che ha “dovuto” (ma è veramente un obbligo morale?) seguire il suo iter, in ottemperanza ad una autoreferenzialità interna, fondamentale per mantenersi in piedi e non crollare con tonfi pesanti e fragorosi, e che quindi privilegia i requisiti formali subordinando ad essi i requisiti sostanziali, che sono la qualità professionale del medico; 4. il direttore generale di “un’azienda ospedaliera” (non più di un ospedale come si diceva una volta), che non ha avuto il coraggio di far prevalere la qualità del medico e sulla quantità di anni lavorati (magari a passar carte) nel pubblico, perché è politicamente corretto (e sicuramente vantaggioso) attenersi alle regole, anche se stupide; 5. tutto questo ha portato ad un provvedimento “formalmente” ineccepibile ma che assomiglia molto ad un autogol, in una squadra, la sanità pubblica, che fa acqua da tutte le parti e che pensa di risolvere i problemi affidandosi alla semantica facile e facilona, che con una delibera ha in un attimo trasformato gli ospedali in aziende; ma se poi le aziende continuano ad essere governate dalla burocrazia sono destinate a fallire.

Conosco personalmente la dottoressa Tavasci, perché ha lavorato nel “privato” Ospedale di Gravedona e ho avuto modo di apprezzare la sua grande professionalità. In particolare le sono riconoscente per aver salvato il cuore e la vita di un mio carissimo amico.

Le mie considerazioni comunque non vogliono essere una difesa di parte e neppure una contrapposizione tra pubblico e privato, ma vogliono sottolineare che il requisito fondamentale, la qualità, che è quella che interessa ai pazienti, non è riconosciuta dal nostro sistema. Infine una supposizione: penso che il segnalatore anonimo abbia una laurea in Medicina e Chirurgia; non è difficile prenderla, basta studiacchiare un po’ e avere pazienza per 6 anni; ma essere medici è tutta un’altra cosa. E la dottoressa Tavasci è un Medico.

Dr Giorgio M Baratelli
Direttore Unità di Senologia Ospedale Moriggia Pelascini, Gravedona

Egregio Dottore,
la sua lettera che, supponiamo, sia stata recapitata a diversi giornali oltre al nostro, merita una risposta, il più possibile succinta, ma articolata. Cominciamo dal fondo. Non so se sia reso conto della gravità di ciò che ha scritto: “penso che il segnalatore anonimo abbia una laurea in Medicina e Chirurgia; non è difficile prenderla, basta studiacchiare un po’ e avere pazienza per 6 anni”.

Chi le scrive ha ricoperto per 9 anni incarichi di responsabilità nel proprio Ordine professionale e le può garantire che se un iscritto avesse denigrato la professione come lei ha fatto sarebbe stato immediatamente aperto un procedimento disciplinare a suo carico.

Qui non si tratta di burocrazia, qui si tratta d'ingenerare nel pubblico la sfiducia in una professione, quella del medico, che, senza approfonditi studi, ottiene una laurea che lo autorizza a prendersi cura della salute di centinaia (o migliaia?) di persone. Buon per lei se il suo Ordine non interviene.

La stima e la riconoscenza che lei nutre nei confronti della dottoressa Emanuela Tavasci “per aver salvato il cuore e la vita di un mio carissimo amico” sono espressioni nobili e non saremo certamente noi arbitri dei suoi sentimenti. Le facciamo solo notare che qualche migliaio di suoi colleghi, quotidianamente – anche adesso mentre ci legge – salva la vita ad un malato, spesso in condizioni gravissime. Il Giuramento di Ippocrate vive o è superato?

Veniamo ora ai suoi cinque punti. Punto 1. Non esiste “un anonimo segnalatore”, come lei ripetutamente sostiene, bensì due suoi colleghi, Gianfranco Cucchi e Luca Mircoli, che hanno inoltrato una richiesta scritta di chiarimenti alla Direzione generale, con tanto di firma apposta sul documento e con tanto di numero di protocollo. Lei è stato male informato ed è caduto nel trappolone di scrivere senza avere pezze giustificative in mano. Una superficialità che da un medico come lei non ci si aspetterebbe.

Punti 2 e 3. Non si tratta d'invidia, ma di rispetto delle regole. Se per accedere ad una certa funzione sono previsti una serie di requisiti non si può far finta di nulla ed aggirare la normativa. O meglio, c'è chi ci prova e, come dicono a Milano, “se la g'ha i gamb la và”. Qui, purtroppo per la dottoressa Tavasci, non è andata.

Punto 4. Aldilà dei formalismi burocratici con cui lei se la prende, come mai la dottoressa Tavasci s'è presentata ad un concorso pubblico ben sapendo di non averne tutti i requisiti? E come mai la Direzione sanitaria dell'epoca non s'è preoccupata di verificare che le carte dei candidati fossero tutte in regola?

Vede, Dottore, o lei rispetta la legge, in toto, o la infrange. Prova ne è che la Direzione sanitaria, appena venuta a conoscenza di avere commesso un illecito, in autotutela (più prosaicamente: per pararsi il fondo schiena) s'è affrettata a mettere le cose a posto licenziando la dottoressa Tavasci.

Punto 5. Non entriamo nel merito delle sue considerazioni sullo stato di salute della sanità, pubblica e privata, del nostro Paese. Osserviamo solo ciò che anche lei sa: la commistione tra politica e sanità è talvolta fonte di arbitri in cui a prevalere sono quasi sempre o logiche di affari economici o di consenso elettorale.

Veda lei a quale di questi due casi ascrivere quello della dottoressa Tavasci. Cose italiane, dottor Baratelli.

 

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