Sondrio, 02 giugno 2018   |  
Cronaca   |  Salute

Gianfranco Cucchi: i miei 36 anni all'ospedale di Sondrio

di Alberto Comuzzi

Il Direttore della Cardiologia clinica e dell'Unità di terapia intensiva cardiologica lascia anticipatamente il suo lavoro. A Valtellinanews racconta la sua vita professionale che continuerà con modalità diverse e presumibilmente in luoghi diversi.

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Il cardiologo Gianfranco Cucchi

Dopo 36 anni di attività professionale il dottor Gianfranco Cucchi, cardiologo, direttore della Cardiologia clinica e dell'Utic (Unità di terapia intensiva cardiologica), lascia anticipatamente l’ospedale di Sondrio. Una notizia inaspettata che ha del clamoroso. Lo abbiamo avvicinato per comprenderne le ragioni.

Partiamo dalle origini, dottor Cucchi. Ricorda i suoi esordi? Qual era il clima, agli inizi degli anni Ottanta, quando ha iniziato a muovere i primi passi in corsia ?

Nel marzo 1982 ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con il reparto di Cardiologia dell’Ospedale di Sondrio e sono stato assunto in qualità di assistente. Allora erano i tempi in cui l’ospedale era una struttura molto qualificata con primari autorevoli. Ricordo i professori Fojanini, Andreassi e Maselli, i dottori Torri e Fiume, solo per citarne alcuni. Ho anche chiara memoria del Dr Sarcinella, un direttore sanitario che aveva capacità decisionali quando l’ospedale era gestito da un Consiglio di Amministrazione che, espressione degli enti locali, sapeva scegliere bravi e qualificati medici.

Insomma, ha una certa nostalgia.

Eccome. Allora era un ospedale tra i migliori in Lombardia e presentava un bilancio in attivo. Per me costituiva un onore e fonte di orgoglio far parte di quella squadra che dava grandi opportunità di crescita professionale. Nel 1991 sono stato promosso aiuto e dal 2003 direttore di struttura semplice. In quell' anno ho superato con alto merito l’idoneità per direzione di struttura complessa e in seguito sono stato iscritto all’Albo dei direttori generali.

A parte il suo impegno in ospedale, apprezzato da molti pazienti, non pochi suoi concittadini le hanno mostrato ammirazione per gli studi compiuti. Non è stato “tentato” dalla ricerca?

Molto, fare ricerca, mi ha sempre appassionato. Sono stato responsabile di diverse ricerche, anche internazionali, tra cui ricordo con piacere la scoperta scientifica della trombolisi che “scioglie” il trombo quando occlude l’arteria coronaria, nell’infarto miocardico acuto (stemi). L’ultimo studio terminato è stato coordinato con l'Università di Oxford e siamo stati scelti su tre centri in Lombardia. Le pubblicazioni dei risultati di tutte queste ricerche sono state riportate sulle più prestigiose riviste mondiali del settore con il nome dell’ospedale di Sondrio. Sono autore di 150 articoli scientifici, grazie anche alla mia specializzazione nella diagnosi precoce delle cardiopatie congenite nei bambini.

Qual è stato il maestro, o lo studioso, che più ha inciso sulla sua formazione professionale?

Sicuramente il mio primo primario, che aveva la capacità di far crescere le giovani leve ed in particolare non faceva discriminazioni fra i medici dell’équipe. Valorizzava le esperienze professionali, premiava chi si impegnava e stimolava i meno attivi. Per lui non c'erano figli e figliastri. Godevo della sua stima e fiducia e mi aveva convinto a rimanere quando potevo iniziare una nuova carriera. In quel periodo eravamo una delle migliori Cardiologie lombarde, anche grazie alla collaborazione con il Centro Cardiologico Monzino di Milano, la migliore struttura cardiologica nazionale per gli interventi di emodinamica e di cardiochirurgia, che garantiva prestazioni altamente qualificate, diretta magistralmente dal valtellinese professor. Paolo Biglioli. La mortalità per infarto era tra le più basse d'Italia.

Lei ha svolto attività politica e sociale ricoprendo ruoli istituzionali. È stato anche presidente di un' importante associazione di promozione sociale. Che opinione ha dell'attuale sistema sanitario della provincia di Sondrio?

Si, mi sono occupato di politica sanitaria organizzando incontri e convegni per riflettere sulla sanità alpina, verificandone le potenzialità per promuovere e tutelare la salute. In particolare sono stati valutati i modelli di gestione nelle aree montane a noi vicine (con finanziamenti non omogenei).
Fino agli anni Novanta, le forze politiche locali unite avevano al primo posto dell’agenda la promozione della sanità e non derogavano. Il tasso di fuga dai nostri ospedali e la percentuale di ricoveri di residenti in provincia in strutture esterne era contenuta attorno al 9% , mentre in seguito si è quasi triplicata con punte del 35% a Morbegno e Chiavenna (anche se i dati non sono stati aggiornati negli ultimi anni).

Pare di capire che oggi la situazione non sia più così rosea. Responsabilità di una politica indebolita da minori risorse economiche (per effetto di una crisi interminabile) o di rappresentanti politici meno sensibili o avvertiti dei loro predecessori?

Non apro polemiche. Constato solo che per interventi routinari alcuni pazienti preferiscano rivolgersi ad altre strutture e questo comporta un impoverimento non solo economico, con minori entrate, ma anche professionale. L’ultimo grande progetto per lo sviluppo del nostro sistema sanitario risale ai primi anni 2000, quando l’allora direttore generale, Emilio Triaca, aveva progettato il nuovo ospedale di Sondrio e di Piantedo, che godevano già dei finanziamenti regionali. In seguito la Regione Lombardia ha dovuto restituire decine di milioni di euro non spesi per la costruzione di nuovi ospedali in Lombardia. Purtroppo questi progetti sono stati cassati per l’insipienza dei politici locali e, forse, per la pressione di potentati extra provinciali. Poteva essere un colpo d’ala che rilanciava il sistema; in seguito il Direttore è stato trasferito ed è iniziato il declino.

L'ospedale di Sondrio e quello di Sondalo: un dualismo reale o creato ad arte ?

Mi sono sempre sottratto a questa forzatura che non fa bene a nessuno. Sondrio è l’ospedale provinciale per acuti e Sondalo è stato riconosciuto presidio per l’Alta riabilitazione con le relative alte specializzazioni. La politica ci deve credere, scegliendo qualificati professionisti e incentivando quelli bravi a rimanere. Per Sondalo, nel corso degli anni, sono stati ventilati molti progetti innovativi che però non sono stati perseguiti, mentre sono stati rimaneggiati e chiusi importanti reparti.

Vede un futuro incerto anche per i presidi di Morbegno e di Chiavenna ?

Osserviamo realtà a noi vicine come Edolo, la Svizzera, ma anche Menaggio che, con bacini di utenza inferiori, hanno dotazioni professionali e strumentali comunque adeguate alle loro necessità. È evidente che queste due realtà scontano la concorrenza delle strutture del Lago ai nostri confini, in particolare di una struttura privata/accreditata, che da ospedale zonale si è trasformato in Policlinico. Tale presidio ha attirato dai nostri ospedali figure mediche altamente professionali.

A questo punto la domanda principale che ci ha mossi ad interpellarla: perché s'è dimesso anticipatamente?

Confesso che ho raggiunto i limiti previdenziali, nonostante la legge Fornero. Avrei potuto comunque lavorare ancora cinque anni in ospedale. Fare il cardiologo ospedaliero è stata la mia vita e, da sempre, mi appassiona il rapporto con gli ammalati. Non vi erano però più le condizioni per esercitare e svolgere serenamente la mia attività, assicurando un buon servizio ai malati afferenti alla mia struttura. Penso che i medici con maggiore esperienza professionale debbano essere messi in grado di potere fornire le cure migliori e quelli che sono in formazione di apprendere dai primi, favorendo una reciproca collaborazione e maturazione.

Recentemente la stampa ha enfatizzato il problema del crescente numero di medici ospedalieri che si ritirano. La sua decisione conforta questo trend.

Tanti bravi professionisti lasciano anticipatamente per diverse motivazioni. L’ultimo giorno di lavoro, in qualità di responsabile della struttura di Cardiologia e Utic dell'ospedale di Sondrio, ho avuto “la fortuna” di essere comandato a svolgere servizio d'ambulatorio a Menaggio. Ho già avuto offerte di lavoro in strutture qualificate fuori provincia, ma sicuramente non abbandonerò l'attività nel nostro territorio.

È un dato di fatto però che i medici scarseggino. Com'è possibile?

Già ora è un problema reale, destinato ad aggravarsi. È un problema di reclutamento, non solo di incentivo economico, e anche di qualificazione della struttura specialistica che può attirare o meno le nuove leve. .

Non negherà che la sua uscita creerà qualche problema alla Cardiologia dell'ospedale di Sondrio.

Aldilà del mio caso è piuttosto evidente che se si riduce il numero dei medici e ancor più di quelli che hanno maturato una certa esperienza, si contrae l’offerta pubblica di prestazioni diagnostiche terapeutiche (ero l’unico cardiologo che svolgeva le prestazioni aggiuntive di ecocardiografia per ridurre le liste di attesa), con il conseguente ricorso al privato. Credo che la libera professione debba essere libera non solo per il professionista ma anche per il paziente, che può scegliere così liberamente il medico di cui ha fiducia. Può però accadere – e questo è un vulnus – che un settore specialistico venga affidato in via esclusiva ad un solo professionista, con l'evidente riduzione dell’offerta pubblica della prestazione.

Dottor Cucchi, avrebbe immaginato, nel 1982, che lasciare il “suo” ospedale, oggi, le avrebbe provocato tanta amarezza?

Invoco il quinto emendamento della Costituzione statunitense, anche se sono cittadino italiano. Ringrazio però i tanti operatori con i quali ho avuto modo di collaborare e che nei nostri ospedali lavorano con passione ed impegno amorevole per fornire le migliori cure possibili ai nostri ammalati, e chiedo ai valtellinesi e valchiavennaschi di voler bene ai propri ospedali e di impegnarsi per difenderli.

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