Lecco, 08 febbraio 2020   |  

Dio del cielo vienimi a cercare

di Gabriella Stucchi

“Nei testi di De André emerge la maestria poetica del cantautore, la forza evocativa della sua scrittura, la grande pietà che egli nutre per l’umanità”. (mons. Nunzio Galantino).

Dio del cielo

Nell’Introduzione l’autore Salvatore Miscio, sacerdote dal 2005, specializzato in antropologia teologica e insegnante all’ISSR di Foggia, spiega le ragioni per cui affronta la ricerca sul “presagio religioso” del cantautore genovese e le intenzioni del cammino.

Si inizia con la descrizione della vita di Fabrizio Cristiano De André, nato a Genova il 18 febbraio 1940. Già a cinque anni esprime il suo amore per la musica, che i genitori si preoccupano di coltivare. La prima chitarra, l’attrazione per la poesia e la letteratura straniera; la passione per il jazz per cui suona nel Modern Jazz Group dove conosce Luigi Tenco. Si interessa di politica, frequenta i vicoli di Genova, con rispetto e solidarietà verso questo mondo. Dopo il liceo, mentre frequenta l’università, Fabrizio conosce Riccardo Mannerini, poeta anarchico ebreo. Fabrizio è di una fede laica e vede nella forza rivoluzionaria dell’anarchia una possibilità di contestazione del potere di pochi che infligge ingiustizia, dolore e morte di molti.
Nel romanzo “Un destino ridicolo” scrive: ...”nell’anarchia intravedo una libertà assoluta incomprensibile ed estranea alle nostre spiegazioni, qualcosa che mi viene spontaneo chiamare Dio”.

Seguono le prime canzoni e i concerti in cui già si rivela la sua identità di artista rivoluzionario e anticonformista. A Milano nel 1970 presenta “La buona novella”, rilettura dei vangeli apocrifi, con l’intento di dare loro una maggiore umanizzazione; ma non è accolta con grande entusiasmo. L’amicizia con il cantautore Francesco De Gregori lo aiuterà nell’ambito musicale. Nel frattempo Fabrizio affronta il pubblico a Viareggio in concerti con esibizioni di alto livello. Nel 1978 Fabrizio va in concerto insieme alla Premiata Forneria Marconi (PFM) il gruppo rock numero uno in Italia, che suscita grande interesse. Nell’agosto 1979 De André è vittima di un sequestro, in cui la moglie muore, mentre lui si impegna in ambito agricolo e musicale, con concerti; con Mauro Pagani realizza il capolavoro tra musica etnica e dialetto genovese “Crêuza de mä”. Si appassiona anche a letteratura islamica e preislamica. Con i figli e il cantautore Ivano Fossati compone “Anime salve”, l’ultimo capolavoro. I concerti si susseguono, fino al 1998, anno della morte.

Oltre che per la musica, Fabrizio è ammirato per la sua intuizione poetica: i ragazzi degli anni Sessanta sono attratti dai suoi eroi disagiati, emarginati, soli. Scrive in musica le sue poesie, su temi diversi: dalla religione cristiana al militarismo, dall’amore profano alle battute del gusto medioevale. In “L’indiano” riporta la sua esperienza di prigioniero sul Supramonte, esprimendo perdono e comprensione per quanti l’avevano catturato.

L’autore rileva poi la “capacità narrativa” di De André, che implica una specifica sensibilità, una comprensione della realtà, per cui mentre parla di sé coinvolge anche l’ascoltatore rendendolo partecipe dell’evento. Egli narra il tragitto del vivere e del confrontarsi con il quotidiano, con i sentimenti di calda e dolorosa partecipazione.
È forte in lui il desiderio di dare voce agli esclusi, agli ultimi, alle minoranze, ai perseguitati. Al centro c’è sempre l’uomo, con i suoi amori e le sue solitudini, che si scopre progressivamente affascinato da Cristo, ma indifferente nei confronti di Dio; sconfitto dagli eventi, ma innamorato della vita. In “La buona novella” De André intreccia l’aspetto spirituale del mistero con quello carnale del corpo. Ammira Gesù, il più grande rivoluzionario della storia, ma è sfiduciato nei confronti di Dio, probabilmente per il male che c’è nel mondo. Eppure a Dio rivolge preghiere chiedendo la misericordia. L’uomo di De André può definirsi ateo, che rifiuta Dio, ma cerca e spera di incontrare il suo volto, vedendolo in quello del Figlio, Gesù Cristo venuto per rivelarcelo.

Punto focale della poesia del cantautore è l’amore per le persone più fragili, più indifese, più colpite dal pregiudizio sociale: egli propone un mondo in cui coloro che stanno in alto abbiano pietà di chi conosce l’errore, perché per tutti, se lo vorranno, si apra la strada del riscatto. (“Bocca di rosa” VI).
Anche il dilemma vita/morte si risolve in una protesta contro tutto ciò che sembra avverso all’uomo per il quale De André ha maturato una pietà profonda.

L’autore si sofferma poi sull’espressione “Il punto di vista di Dio” che chiude il testo della canzone “Khorakhanè” e rileva che in essa c’è il mistero dietro la vita di ogni uomo, il grido a un Dio che non conosce, ma che guarda con amore, indulgenza e perdono. È Gesù Cristo incarnato per essere vicino agli uomini, che De André non cerca, ma è in ognuno dei suoi personaggi, che appartengono alla società borghese, in cui lui è nato e vissuto. Per questo egli chiede “pietà” da parte di quelli che hanno potenza e ricchezza. È la stessa pietà con cui Dio accoglie ogni uomo degno di rispetto e dignità.

In “Preghiera in gennaio” l’autore sottolinea come in De André si manifesta un grande bisogno di relazionarsi a un Dio che nel suo amore parla agli uomini come ad amici, a cui rende giustizia con la morte. In “La buona novella “ e nella canzone “Spiritual” l’autore riconosce l’invocazione di De André a Dio di farsi compagno di viaggio nell’esperienza tragica della sua lontananza. Il suo ultimo album si chiude con “Anime salve” dove chiede a Dio di non dimenticare i “servi disobbedienti”. Il libro si conclude con la lettera di don Andrea Gallo, “prete da marciapiede”.

La lettura del libro, con le numerose citazioni, aiuta a comprendere la figura del cantautore negli aspetti più intimi, tra cui la presenza di Dio che fa da sfondo alle sue composizioni.

Salvatore Miscio “Dio dal cielo vienimi a cercare” – AVE – euro10.00

 

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