Milano , 30 aprile 2017   |  

Don Raffaello Ciccone: uomo della parola di Dio

di Donatella Salambat

Nel secondo anniversario della morte del prete ambrosiano (30 Aprile 2015) le testimonianze di alcuni suoi collaboratori, tra i quali, Giambattista Armelloni e Anna Busnelli

don Raffaello Ciccone

Don Raffaello Ciccone

Il 30 Aprile 2015 a Monza, all'età di 79 anni, moriva don Raffaello Ciccone, il sacerdote che il cardinale Carlo Maria Martini aveva voluto, vent'anni prima, nel 1995, succedesse a don Gianfranco Bottoni come assistente spirituale delle Acli ambrosiane. Gli amici e i collaboratori, che per quattro lustri hanno seguito la straordinaria attività di don Raffaello, all'unisono, l'hanno definito “l'uomo della Parola di Dio” per l'umanità con cui si avvicinava alle persone sempre illuminata, appunto, “dalla Parola di Dio”.


Chi l'ha conosciuto ricorda che l'Assistente delle Acli ripeteva spesso di essersi fatto prete per stare in mezzo alla gente, tutta la gente, di qualsiasi strato sociale, con una predilizione, mai mascherata, per i più deboli ed emerginati. Per questo divennne il punto di riferimento di persone dall’estrazione più diversa, dai dirigenti sindacali a diversi collaboratori del suo Arcivescovo, dai giovani contestatori a quei preti che, come lui, si prodigavano per aiutare le persone in difficoltà e che vivevano situazioni di marginità sociale.


Al mondo delle Acli diede un contributo apprezzato sia dalla base, sia dai suoi dirigenti. Ebbe un'amicizia forte con il presidente provinciale Lorenzo Cantù (che anche dopo il suo mandato, continuò a collaborare con l'Ufficio della Pastorale del Lavoro fino al giorno della morte di don Raffaello), ma anche grandi legami con gli altri vertici aclisti: Gianni Bottalico, Paolo Petracca e Giambattista Armelloni. Quest'ultimo ricorda un episodio che descrive bene la personalità di don Raffaello. Il giorno del nostro primo incontro, racconta, in occasione della mia prima riunione come presidente del rinnovato Consiglio Provinciale delle Acli, don Ciccone si presenta e chiede una Bibbia. Impreparato, tergiverso qualche minuto per recuperarne una e don Raffaello, compresa la situazione, supera l'impasse con una battuta: “regalerò al Presidente una Bibbia visto che ne è sprovvisto”.


Durante i suoi vent'anni d'apostolato nel mondo aclista, don Raffaello ha mantenuto costantemente fede agli incontri settimanali da lui promossi per i dirigenti. Nel corso di questi si discuteva di lavoro alla luce dei brani ricavati dalle Sacre Scritture e ad ogni partecipante era affidato un “compito settimanale” con una riflessione su ciò che era stato letto e discusso a beneficio sia dell'ambito lavorativo che della personale crescita spirituale. Gianbattista Armelloni ricorda l'Assistente come un uomo determinato, trasparente e con una spiccatissima sensibilità sociale. Più volte l'ha definito “Uomo della Parola di Dio, studiata e coniugata con passione”. Un altro aspetto di don Raffaello sottolineato da Armelloni è la capacità che l'Assistente delle Acli aveva nell'utilizzare in modo strategico il mondo della comunicazione. «La penna era un altro elemento di forza del suo impegno pastorale», confida. «Per l'Ufficio della Pastorale Sociale del Lavoro creò il “Foglio”, un agile periodico destinato ai vari operatori del settore e non fece mai mancare sul “Giornale dei Lavoratori”, mensile delle Acli milanesi, un suo articolo su temi sensibili quali solidarietà, famiglia, emancipazione femminile, lavoro e casa». Temi sui quali aveva riflettuto fin dagli anni di lavoro in parrocchia a Legnano affrontando problemi di edilizia cooperativa, consapevole che l'abitazione di proprietà o in affitto è l'elemento che maggiormente pesa sul bilancio di una famiglia. Allo stesso modo don Raffello ebbe ben presenti le problematiche dei ritmi di lavoro sempre più frenetici e causa prima di esasperazioni nella vita familiare. A risentirne in modo particolare era (ed è) la donna lavoratrice, che si vede costretta a scegliere tra affetti e carriera. Nei suoi articoli don Raffaelo evidenziava anche l'importanza della figura dei “nonni” che si sostituiscono ai genitori nella cura dei figli.


Anna Busnelli, un'altra collaboratrice del Sacerdote, ne sottolinea la fedeltà agli impegni e soprattutto il fatto che don Raffaello, «un uomo straordinario nella normalità, non faceva mai mancare il suo conforto e aveva tempo e una parola per tutti». Ricorda poi un singolare episodio accaduto una mattina in cui, lamentandosi lei della pochezza di giornali free press come “Leggo”, “Metro”, “City”, si sentì amorevolmente ripresa da una considerazione del Sacerdote che le faceva notare l'utilità di quelle testate, a costo zero, per aiutare gli straneri a capire che cosa accadeva a Milano e ad adattarsi alle consuetudini della città.


Negli ultimi anni del suo impegno pastorale nel mondo delle Acli, don Raffaello aveva già cominciato a percepire i mutamenti (o sconvolgimenti?) in atto nelle storiche Associazioni cristiane dei lavoratori italiani. Mutamenti che stavano trasformando le Acli da una struttura legata alle esigenze e all'ascolto dei bisogni delle persone in strumenti di elargizione di servizi amministrativi. Naturalmente a tale metamorfosi si sarebbe opposto con fermezza, probabilmente rimanendone deluso. L'elefantiaco Istituto Nazionale della Previdenza Sociale italiano, infatti, in nome di non si comprende quale decisione politico-amministrativa ha scaricato in toto sui Patronati, come quello delle Acli, la gestione di servizi che avrebbe dovuto svolgere in proprio. Una vera e propria degenerazione del servizio pubblico che finisce per gravare proprio su quei cittadini più indifesi e deboli per i quali tanto s'è speso don Raffaello Ciccone

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