Sondrio, 02 ottobre 2020   |  

La crisi etica investe anche l'informazione

di Alberto Comuzzi

Se si vendono meno quotidiani qualche responsabilità se le devono prendere anche i giornalisti.

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Negli anni della Prima Repubblica, quelli della "balena bianca", del collateralismo tra la Democrazia cristiana e la Chiesa, nel dibattito pubblico sull'informazione affiorava spesso il tema "giornalisti cattolici o cattolici giornalisti?".

Non erano pochi, in quel periodo, coloro che, consapevoli del ruolo svolto, si tenevano aggiornati per scrivere articoli colmi di notizie onorando così quello che allora si chiamava "il bel mestieraccio".

Negli Anni Sessanta, con un tasso di scolarità molto inferiore all'attuale, si vendevano 6 milioni e mezzo di copie di quotidiani. La credibilità dei giornali era riconosciuta dai lettori che spesso "viaggiavano" e "vedevano la realtà" grazie alle narrazioni di competenti giornalisti i quali badavano ad essere sempre documentati.

Un esempio tra i tanti: quando uscirono due importanti documenti sugli strumenti della comunicazione sociale, il decreto del Concilio Vaticano II "Inter mirifica" (1963) e l'Istruzione pastorale ""Communio et progressio" (1971) non tutti i giornalisti si sentirono interpellati nel metterne in pratica i contenuti, ma nessuno, proprio nessuno, mostrò d'ignorali.

Le istruzioni – o, più laicamente, le raccomandazioni – contenute in quei due importanti testi del Magistero ecclesiale, sono tuttora guida fondamentale per qualsiasi operatore della comunicazione cristianamente ispirato.

C'è un punto dirimente che stabilisce, inequivocabilmente, se un giornalista è professionalmente valido o non valido: il rispetto sostanziale dei fatti nella ricerca della verità.

A togliere dall'imbarazzo i giornalisti cattolici che in quegli anni si maceravano nel dubbio se dovesse prevalere la loro appartenenza alla Chiesa rispetto a quella della professione, provvidero comunque i colleghi d'orientamento marxista per i quali l'ideologia su cui si basava il loro Partito era da anteporre a qualsiasi fatto o azione, senza tentennamenti.

La fede nel comunismo viene prima di qualsiasi verità e vanno corretti i compagni che sbagliano (cioè a quelli che sorgono dubbi sulla bontà del marxismo). Non è mai stato smentito l'esilarante incidente in cui sarebbe incorso quel redattore de "L'Unità", l'organo ufficiale del Partito comunista, il quale, con grande venerazione per il suo leader, Palmiro Togliatti, ne annunciava l'arrivo a Milano scrivendo: il Segretario politico verrà presto tra noi e terrà un applaudito discorso.

Il lettore non sorrida perché la situazione s'è aggravata e oggi il pensiero dominante è fortemente viziato dall'ideologia. Le notizie, prima di essere divulgate, spesso sono interpretate e talvolta persino piegate a interessi di parte.

Troppi giornalisti stanno prendendo in giro sé stessi e non s'interrogano sul fatto che le copie di giornale vendute sono passate dal 2019 al 2020, da 2.200.000 a 1.200.000 (dati Ads -Accertamento diffusione stampa).

Certo i socialnetwork hanno contribuito a disabituare il pubblico all'acquisto dei giornali, ma è sotto gli occhi di tutti l'esito a cui ha portato un'informazione rigorosamente cementata sui dogmi del "politicamente corretto" basata su una cultura che si definisce progressista, ma che, di fatto, tutto è fuorché progressista (se per progresso s'intende il bene della persona).

La verità sull'esito delle ultime elezioni è stata stravolta. Tutti i "giornaloni" hanno fatto passare per vero ciò che vero non è: Zingaretti, segretario politico del Pd, ha perso voti ovunque, ma all'opinione pubblica i grandi media hanno raccontato che sia stato lui il grande vincitore. Una colossale bugia.

In Liguria il candidato di centro-destra, Giovanni Toti, ha nettamente prevalso su Ferruccio Sansa che era sostenuto dal Pd e dai grillini uniti. S'è trattato di una sconfitta sonora per i due apparentati partiti di governo, Pd e ai 5Stelle e con l'aggravante che è maturata nella terra dell'ex comico Beppe Grillo, padre e ideologo dei pentastellati.

La sberla che gli elettori liguri hanno voluto dare a Sansa e amici è immediatamente caduta nell'oblio e tutti i commentatori politicamente corretti si sono guardati bene dall'esprimere un parere. Grande l'imbarazzo de "il Fato quotidiano", il quotidiano da dove Sansa proviene, implacabile nel cercare la pagliuzza nell'occhio dell'avversario politico ma incapace di riconoscere la trave nel proprio.

Dalla crisi etica che investe la Magistratura, la Politica, l'Economia, la Finanza non è esente il mondo dell'informazione. Forse se i giornalisti in attività rileggessero l'Inter mirifica e la Communio et progressio vi potrebbero trovare utili elementi per rimodulare il proprio impegno professionale e magari scoprire che proprio in virtù di tale rimodulazione potrebbero riconquistare la fiducia persa dai tanti cittadini che non acquistano più i loro giornali.

 

 

 

 

 

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