Sondrio, 12 marzo 2021   |  

In Iraq un messaggio di reciprocità delle fedi portato da Francesco

di Giulio Boscagli

Anche Giovanni Paolo II avrebbe voluto andarci ma gli fu vietato dal dittatore Saddam Hussein, con un calcolo fortemente sbagliato che contribuì certo alla sua tragica fine.

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Papa Francesco a Erbil il 7 Matzo 2021 (credit foto: Vatican News)

Viviamo in un tempo in cui una notizia, per quanto importante, tiene le prime pagine per poco, qualche giorno a volte qualche ora, poi viene riassorbita e sostituita.
Così sta avvenendo anche per il viaggio del Papa in Iraq per il quale si sono utilizzati aggettivi e frasi impegnative per poi mettere presto la sordina e passare ad altro.
Merita invece di non farlo per trarre insegnamento da questo gesto Papale e affidarlo alla memoria degli avvenimenti importanti.

La terra in cui si è recato Francesco l’abbiamo conosciuta ai tempi della scuola: si chiamava allora Mesopotamia, terra tra i due fiumi, mezzaluna fertile, culla di civiltà che a poco a poco vengono oggi riscoperte anche grazie a impegnative ricerche archeologiche.

Ma questa è soprattutto la terra in cui si è consumato un evento unico nella storia: qui Dio è sceso a patti con l’uomo, ha stretto un’alleanza con Abramo e gli ha promesso una lunga discendenza, quella discendenza che è arrivata fino a noi e in nome della quale Francesco è stato a Ur, a casa del patriarca.

Che cosa trattenere del viaggio Papale? Innanzitutto il fatto che sia avvenuto, che il Papa abbia potuto esser presente in quella terra martoriata. Anche Giovanni Paolo II avrebbe voluto andarci ma gli fu vietato dal dittatore Saddam Hussein, con un calcolo fortemente sbagliato che contribuì certo alla sua tragica fine.

Se il Papa avesse incontrato quel Paese prima che si scatenassero gli eventi dell’invasione del Kuwait e la conseguente azione Desert Storm degli Stati Uniti, forse si sarebbe introdotta qualche diversa possibilità per affrontare quella svolta drammatica. La presenza di Francesco si è esplicitamente ricollegata al desiderio del suo predecessore e ha consentito di riaccendere le luci su problemi che fanno fatica a emozionare l’Occidente.

Sapevamo delle violenze del cosiddetto stato islamico, ma ora le abbiamo sentite raccontare dai testimoni diretti; sapevamo delle distruzioni, ma ora abbiamo viste le macerie fare da sfondo alla presenza o al passaggio del Papa.

Sapevamo della fuga e della sofferenza dei cristiani – senza che questo provocasse iniziative da parte delle nostre istituzioni per alleviare le loro sofferenze – ma il Papa ha chiamato la testimonianza dei cristiani con il nome che sta alle origini del cristianesimo, e cioè martirio, neppure del tutto terminato. La sola presenza di Francesco in quella terra rappresenta un valore e una testimonianza straordinari.

L’incontro con la guida spirituale degli sciiti iracheni Al-Sistani e il riferimento al Documento sulla fratellanza umana firmato con il Grande Imam del Cairo è un altro momento significativo.

Gli ipercritici non hanno mancato di rilevare che l’islam è molto complesso, che ci sono troppe tendenze al suo interno che non consentono ottimismi, che i leader islamici sono maestri nell’arte della dissimulazione e quindi, passati i giorni, non cambierà nulla, le religioni sono troppo diverse per trovare accordi stabili.

C’è anche del vero nelle osservazioni critiche, ma credo che l’iniziativa del Papa non si ponga l’obiettivo di trovare intese tra le diverse religioni, quanto piuttosto quello di lavorare per una prospettiva di pacifica convivenza sociale fondata sul riconoscersi “Fratelli tutti”, come dal titolo dell’enciclica.

In questo senso il forte richiamo di Francesco al rispetto della libertà religiosa, in concreto alla libertà dei cristiani che vivono nelle terre del Medio Oriente di poter esercitare liberamente la propria fede e il culto che la caratterizza, è una sfida ai governanti islamici ma anche alla miopia dell’Occidente che ha perseguito interessi economici e/o geopolitici di parte, con anche pesanti interventi militari che hanno colpito le popolazioni causando vittime e impoverimento generale, e certo fatto più danni che aiuto alla presenza dei cristiani in queste terre a prevalenza islamica.

Mentre si avvicinava l’inizio delle ostilità del 2003, la domenica all’Angelus, Giovanni Paolo II aveva detto: «Di fronte alle tremende conseguenze che un’operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell’Iraq e per l’equilibrio dell’intera regione del Medio Oriente, già tanto provata, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne, dico a tutti: c’è ancora tempo per negoziare; c’è ancora tempo per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare».

Quanto profetiche fossero queste parole lo possiamo verificare oggi: da quel conflitto il Medio Oriente è stato sconvolto, l’Iraq ha conosciuto distruzioni e morte, non pago l’Occidente (i governi occidentali in armi, USA, Gran Bretagna e Francia in primis) hanno contribuito a sostenere o provocare direttamente rivolte e “primavere” che hanno destabilizzato anche la sponda mediterranea dell’Africa, provocando flussi di profughi e costringendo a una lotta accanita per fermare e poi sconfiggere lo Stato Islamico che si era fatto protagonista delle rivolte con il tentativo di imporre la propria egemonia su ampi territori.

Alla luce di quanto accaduto negli anni scorsi possiamo pensare che queste terre abbiano davanti una duplice possibilità: o la strategia “americana” che pretende di “esportare la democrazia”, e abbiamo visto quali conseguenze nefaste ha fin qui generato. Oppure quella disarmata di Francesco con “Fratelli tutti” che richiede il riconoscimento pieno dell’altro per ricercare assieme le condizioni per un vivere in comune che sia rispettoso della identità personale e di popolo, della fede e delle sue convinzioni più vere di ciascuna persona.

La storia dimostra che nessun assetto politico risulta stabile se imposto con la forza, lo è invece se costruito con il paziente lavorio del riconoscersi fratelli nella comune umanità.

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