Sondrio , 01 febbraio 2019   |  

Educare alla Fede e alla ragione assieme

di Giulio Boscagli

La parola con cui don Bosco si identifica è educazione. E si è sentito in ogni ricordo di queste ore la preferenza, nel suo metodo, verso la prevenzione piuttosto che la cura e la punizione.

don bosco e giovani NMusio

La memoria di San Giovanni Bosco chiude il mese di gennaio e l’occasione si presta per cogliere qualche spunto dalla vita e dalla missione di un uomo che tanto è caro al cuore di generazioni che hanno goduto i frutti del suo carisma, nel suo tempo e fino ad oggi grazie alla presenza dei suoi figli e figlie spirituali che portano la sua proposta in ogni angolo del mondo.

Ricordo, tanto per fare un esempio, quando da sindaco mi recai in Papua Nuova Guinea per partecipare all’inaugurazione dell’Ospedale voluto dai lecchesi per onorare la memoria del Beato Mazzucconi, che nella capitale di quel paese una scritta, Don Bosco, in caratteri giganteschi dominava la città , opera di un salesiano, di Premana se non ricordo male, impegnato nella sua missione presso un popolo con molte e gravi arretratezze sociali.

La parola con cui don Bosco si identifica è educazione. E si è sentito in ogni ricordo di queste ore la preferenza, nel suo metodo, verso la prevenzione piuttosto che la cura e la punizione.

E’ giusto ricordarlo purché questo non appaia semplicemente come un metodo di attività sociale, un criterio migliore di un altro nella vasta gamma delle competenze che oggi i servizi sociali possono mettere in campo.

Un recente articolo, ad opera di un rettore salesiano, apparso in questi giorni offre, del metodo educativo di don Bosco, una lettura più profonda e vera. Vi si dice, in sintesi, che esso è fondato su tre pilastri: la ragione, la religione, l’affezione.

Sarà una pura coincidenza e tuttavia come non cogliere una indicazione importante nel fatto che, solo pochi giorni prima di don Bosco la liturgia ci ha fatto ricordare san Tommaso d’Aquino, l’uomo che più di ogni altro ha valorizzato la ragione, non in contrasto ma in alleanza con la fede cattolica?

La provvidenziale vicinanza nel calendario di questi due santi, pur così distanti nel tempo, è l’occasione per una riflessione sul compito che spetta ai cristiani in questo tempo travagliato in cui molti si sentono disorientati.

Don Bosco ci ha insegnato che nulla è impossibile per un uomo di fede che sappia guardare la realtà e i bisogni che in essa si manifestano facendo uso della ragione che è “la capacità di rendersi conto del reale secondo tutti i suoi fattori” come scrive don Giussani nel suo “Il senso religioso”. E che don Bosco sapesse tener conto di tutti i fattori in gioco è ampiamente attestato dalla sua vita sviluppatasi in un contesto politico e sociale non certamente favorevole ad una presenza cattolica organizzata (siamo negli anni risorgimentali caratterizzati da un anticlericalismo assai diffuso nelle stanze del potere).

L’educazione di cui ha oggi bisogno il nostro popolo è quella di uomini che sappiano far proprie le parole con cui San Giovanni Paolo II apriva l’Enciclica “Fides et Ratio”. “La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità” quella verità che per San Tommaso è “adaequatio rei et intellectus” , corrispondenza tra ragione e realtà.

Fede e ragione assieme, senza dimenticare il ruolo dell’affettività, mi sembra possano essere il contributo di cui ha grande necessità questo nostro tempo perturbato.

 

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