Sondrio , 02 aprile 2021   |  

Nella croce il simbolo delle fede cristiana

di Alberto Comuzzi

Ai fatti accaduti sul Calvario duemila anni fa si può non credere, ma è impossibile ignorarli se si ha un minimo di onestà intellettuale e un briciolo di cultura

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Questo editoriale esce il Venerdì Santo, uno dei giorni fondamentali, assieme alla domenica di Pasqua e al Natale, per la fede cristiana. È sul triduo pasquale (compresa la "Messa in coena domini" del Giovedì santo) che poggia l'intera architrave del cristianesimo: dal venerdì, giorno della morte di Cristo, alla domenica, giorno della sua resurrezione.

Se le pie donne recandosi al sepolcro non lo avessero trovato vuoto, il cristianesimo risulterebbe la più gigantesca bugia mai narrata negli ultimi duemila anni di storia dell'umanità. Credenti e anche molti non credenti in Gesù Cristo sanno che i fatti narrati in quei quattro libriccini, scritti dagli Evangelisti nel primo secolo, possono non essere presi sul serio, ma mai ignorati.

Quanto accaduto sul Monte Calvario a Gerusalemme quel venerdì di venti secoli fa ha sconvolto il mondo e da quel giorno la croce è diventata un simbolo, tragico e scandaloso che s'è irradiato in tutto il mondo segnando l'esistenza di miliardi di persone.

Dobbiamo a monsignor Angelo Majo (1926-2006), uno dei tanti santi preti ambrosiani che hanno formato generazioni di giovani, una magistrale lezione proprio sulla croce. Nell'imminenza della Pasqua del 1970 monsignor Majo, arciprete del Duomo, fondatore e primo direttore dell'Ufficio stampa della Diocesi ambrosia (amico fraterno di don Luigi Giussani con cui intrattenne un interessante carteggio pubblicato nel 1997 dalle Edizioni San Paolo), dedicò una lezione del corso di giornalismo che teneva all'Università Cattolica, per spiegare il significato di quel simbolo in cui è espressa la fede cristiana.

In una pagina spiegazzata e ingiallita di un vecchio taccuino rileggiamo alcuni appunti che offriamo al lettore nella speranza di saperli tradurre fedelmente e soprattutto con l'augurio che possano essere di ristoro – e di qualche utilità – almeno quanto lo sono stati per noi rileggendoli a distanza di oltre mezzo secolo.

Spiegava dunque monsignor Majo che quel gesto che facciamo quando entriamo in una chiesa, o al passaggio di una salma, o prima di recitare una preghiera, insomma quello che comunemente chiamiamo "il segno di croce", racchiude in sé dei precisi significati. Il primo movimento che facciamo, quello verticale e discendente, portando la mano destra dalla fronte al petto, ci rammenta che Dio è venuto sulla Terra incarnandosi in Gesù Cristo, mentre il secondo, quello che sposta la mano dalla spalla sinistra verso quella destra, rievoca l'opera di Cristo stesso sulla croce e si riferisce al giudizio finale che mette i buoni a destra e i malvagi a sinistra.

Questo movimento orizzontale è l'assicurazione che Gesù prende il credente a sinistra e lo porta alla sua destra, tra gli eletti. Nella Chiesa ortodossa, invece, che nell'adorazione resta sempre davanti a Cristo, il movimento del fedele è speculare e quindi il gesto è di segnarsi portando la mano dalla spalla destra alla sinistra.

Passando all'oggetto vero e proprio della croce il Monsignore accennava che, nel corso dei secoli, se ne sono diffuse diverse nella conformazione e alcune addirittura ingannevoli. Così citava, tra quelle più diffuse, le croci a "X" (come quella di sant'Andrea che occhieggia ai passaggi a livello dei treni), a forma di "T" (la tau francescana), quella greca (quadrata), quella gammata (la tragica "uncinata", adottata dai nazisti, composta da due "S" incrociate), quella ortodossa (con due barre, una orizzontale ed un'altra obliqua, sull'asta) e quella latina della tradizione cattolica, la più semplice e, forse, anche la più famosa (con l'asta lievemente più alta della barra).

Aldilà delle poliedriche forme che i più celebrati artisti le hanno dato fin dal secolo VIII, quando ha preso avvio il culto del "Crocifisso", «la croce resta il simbolo più pregnante della fede nel messaggio redentore di Cristo crocifisso», puntualizzava monsignor Majo, «ma è anche il simbolo della rassegnazione perché ricorda l'obbedienza di Gesù fino alla morte». In ultimo, ma non per questo meno importante, concludeva il Sacerdote, «la croce è anche il simbolo dell'onore: tutta la cristianità, infatti, rende onore e omaggio a Colui che è morto sul Calvario».

Quella lezione di monsignor Majo ci impressionò molto e ancora oggi ci fa riflettere. Quando un sodalizio e persino lo Stato (che per sua costituzione è laico) conferisce ad un cittadino come importante onorificenza una "croce al merito", non riconosce implicitamente quello stesso alto valore simbolico che il cristianesimo dà alla croce? E a chi ha onorevolmente combattuto per il proprio Paese non viene assegnata la croce di guerra?

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