Sondrio, 05 gennaio 2018   |  

Considerazioni in margine al discorso del presidente Mattarella

di Alberto Comuzzi

Dopo settant'anni di pace e di libertà c'è il rischio che le nuove generazioni non si rendano conto che questi valori non siano di per sé stessi acquisiti.

abcragazzi 99

Monumento ai Ragazzi del '99, Parco dei Ragazzi del '99, Bassano del Grappa

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel breve, ma denso discorso di fine anno (che stile di sobrietà rispetto a qualche suo predecessore, che amava tromboneggiare anche per 45 minuti), ha ricordato come cent'anni fa una generazione di diciottenni (i ragazzi del '99) veniva chiamata alle armi per difendere il suolo della patria, mentre oggi i diciottenni sono chiamati ad esprimere con un voto che tipo d'Italia si aspettano per il futuro.

Una bella differenza di “chiamata al senso del dovere”. Quei giovani, i nostri nonni, andavano a combattere e a morire per un Paese libero, la maggioranza dei nostri nipoti, stando ai sondaggi, non andrà neppure al seggio. Il presidente Mattarella ha anche ricordato che gli italiani godono di un periodo di pace e di libertà ininterrotto da settant'anni. Un vero record ineguagliato nella storia della Penisola.

Da tre generazioni, infatti, gli italiani non conoscono i lutti e le sciagure che portano le guerre e godono di un benessere mai avuto prima, nonostante la tremenda crisi economica dell'ultimo decennio. Soprattutto gli italiani godono i frutti di una pace stabile, di diritti e di libertà. Sono valori costati la sofferenza e, spesso, la vita di tanti. Abbiamo avuto 650.000 giovani italiani morti nella Prima Guerra mondiale 1915-18 e un milione di giovani e meno giovani (molti civili) morti nella Seconda guerra mondiale (1939-1945).

Ai nostri nipoti dobbiamo insegnare e far comprendere che la libertà non è un bene acquisito per sempre. Ogni giorno, con i nostri comportamenti, dobbiamo salvaguardarla. Perderla non è difficile, conquistarla costa sangue, tanto sangue, sempre.
Scuola e famiglia (quello che ne resta, dopo le scellerate scelte di non valorizzarla compiute dagli ultimi governi) continuano ad essere i presidi insostituibili per educare all'impegno di tutelare la libertà.

C'è da compiacersi che il nostro Paese non muova più guerre (se non nell'ambito dei doveri assunti attraverso la Nato di cui fa parte), ma c'è anche da assumersi il compito di salvaguardarne la sovranità. Con l'abolizione della leva obbligatoria, provvedimento per altro condivisibile, a migliaia di giovani italiani oggi non è più chiesto di svolgere un servizio, almeno per un anno, a favore dello Stato.

Il rischio, tutt'altro che teorico, è di far crescere le nuove generazioni in un finto Paese dei balocchi dove sono praticamente aboliti lo spirito di sacrificio, la disciplina, l'osservanza delle regole, il cameratismo tra gruppi di coetanei chiamati in solido a svolgere anche compiti di responsabilità; insomma di far credere ai giovani che il mondo, di cui l'Italia fa parte, sia quella realtà virtuale così ben interpretata dai social network e suffragata dall'invasivo universo della pubblicità.

Ci siamo piegati alla finanza creativa dimenticando che la sana economia si basa sulla produzione reale di beni e servizi. Ecco vediamo di non crescere generazioni di futuri italiani incoscienti, senza memoria e incapaci di difendere sé stessi e il proprio Paese.

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