Sondrio, 17 aprile 2020   |  

Italia cuore d’Europa

di Giulio Boscagli

L’Europa non può essere unificata dalle regole del bilancio ma dalla riscoperta di una comune origine culturale.

ITALIAimages

La bandiera italiana e quella europea (credit Il Sole24Ore)

“Tra le tante aree del mondo colpite dal coronavirus, rivolgo uno speciale pensiero all’Europa. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questo continente è potuto risorgere grazie a un concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato. È quanto mai urgente, soprattutto nelle circostanze odierne, che tali rivalità non riprendano vigore, ma che tutti si riconoscano parte di un’unica famiglia e si sostengano a vicenda.

Oggi l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero. Non si perda l’occasione di dare ulteriore prova di solidarietà, anche ricorrendo a soluzioni innovative. L’alternativa è solo l’egoismo degli interessi particolari e la tentazione di un ritorno al passato, con il rischio di mettere a dura prova la convivenza pacifica e lo sviluppo delle prossime generazioni.”

Sono queste le parole che Papa Francesco ha riservato all’Europa in occasione della Benedizione Urbi et Orbi nel giorno di Pasqua.
Sono parole che mettono in evidenza il motivo della difficoltà in cui versa l’Unione Europea di fronte alla sfida del virus e ai problemi conseguenti per la ripresa e lo sviluppo economico.

La nostra attenzione negli anni passati si è molto concentrata sugli eccessivi aspetti burocratici dell’Unione: sulle minute regole per i diversi prodotti, sui chilometri di pagine di documenti prodotti e così via.

Un po’ meno abbiamo potuto riflettere – e in questo caso il ruolo dell’informazione italiana è stato cruciale – sulla presenza o meno di quel “concreto spirito di solidarietà che gli ha consentito di superare le rivalità del passato”.

Così in questi tempi difficili abbiamo scoperto che paesi che si sentono in dovere di dare lezioni all’Italia, come l’Olanda o il Lussemburgo del precedente commissario Junker, sono dei veri e propri paradisi fiscali che sottraggono risorse al complesso degli altri paesi dell’Unione; o che la Germania ha per anni sforato il surplus commerciale raccomandato dall’UE senza subire particolari critiche.

In altre parole sembra che la solidarietà europea sia richiamata soprattutto quando c’è da giudicare i comportamenti dell’Italia o di altri paesi mediterranei.
Così il rapporto dell’Italia con l’Unione Europea da anni sembra quello dell’alunno un po’ inadempiente di fronte a una maestra severa: sempre a testa bassa e cercando di parare le inevitabili punizioni.

Così il fatto che l’Italia sia uno dei paesi fondatori del processo europeo è cancellato e il contributo del nostro paese alla realtà europea banalizzato e ridotto – come si vede in questi giorni – alle polemiche spicciole di casa nostra attorno a decisioni che ben poco possiamo influenzare.

E’ indispensabile invece rivendicare l’apporto unico che l’Italia ha da dare all’Europa. Non solo perché, come viene ricordato talvolta, siano in Italia la stragrande maggioranza dei beni culturali mondiali (che, sia detto per inciso, non possono essere considerati semplicemente, in prospettiva, come accessori di un grande parco giochi per turisti), ma soprattutto perché siamo portatori di una visione della vita indispensabile per la costruzione di un’Unione Europea che abbia futuro.

Per questo vorrei porre l’attenzione sulle straordinarie testimonianze che sono state lette durante la Via Crucis del papa il venerdì santo. Erano testimonianze dal carcere di Padova: di reclusi, di guardie, di magistrati, di vittime di delitti, di volontari…

Uno straordinario caleidoscopio quale non è mai possibile incontrare nella normalità del pur ricchissimo sistema mediatico. Una documentazione impressionante di come la vita può cambiare anche in condizioni estreme; di come si possa esercitare la giustizia con vera attenzione alla persona, come si possa accompagnare la sofferenza e l’ingiustizia subita superando il rancore della vendetta.

Tutto questo grazie all’annuncio cristiano che può cambiare e cambia il cuore dell’uomo. E, sia detto solo per inciso, è quanto di più lontano ci possa essere dal clima giustizialista che anima l’attuale governo assieme a parte di magistratura e giornalismo.

Analoghe testimonianze riscopriamo ogni giorno tra i medici, gli infermieri e tutti gli operatori che sono in prima linea nella guerra al virus; in tante famiglie che affrontano le difficoltà di questi tempi; in molti imprenditori che non rinunciano a difendere lavoro e lavoratori a prezzo di personali sacrifici. Alle associazioni che, pur nelle ristrettezze delle regole attuali, non rinunciano ai loro essenziali compiti di sostegno.

E ancora come non ricordare le capacità di lavoro di un popolo che è saputo rinascere dalle macerie del dopoguerra grazie alla sapienza delle proprie mani?

Il ponte di Genova che si sta completando a vista d’occhio, i reparti ospedalieri costruirti in pochi giorni alla Fiera, al San Raffele a Bergamo e da altre parti, da mani diverse ma tutte abili a fare: togliete gli assurdi vincoli burocratici e liberate le energie di un popolo unico!

E’ questa umanità che ci dà titolo per sedere a testa altra tra i paesi europei, è la cultura del nostro popolo che è ricchezza per l’Europa, un’Europa che non può essere unificata dalle regole del bilancio ma solo dalla riscoperta di una comune origine culturale.

Al centro della quale non può che esserci il valore e la considerazione per la vita delle persone , a partire dalle più fragili. Siamo noi che dovremmo chiedere conto ai paesi che non vogliono più curare i grandi anziani in emergenza di quale sia la cultura che li ispira: chiedere loro che fine ha fatto quell’umanesimo cristiano che solo può garantire il bene comune dei popoli.

E’ la vocazione storica dell’Italia, la sua missione tra i popoli europei, ben sintetizzata, tra l’altro in queste parole del Papa in santa Marta mercoledì mattina: “Preghiamo oggi per gli anziani... Loro sono le nostre radici, la nostra storia. Loro ci hanno dato la fede, la tradizione, il senso di appartenenza a una patria.

Fede, tradizione, patria: buoni spunti per iniziare a ricostruire.

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