Sondrio , 24 gennaio 2020   |  

Le forze politiche e la concezione dell'uomo

di Giulio Boscagli

Tra proporzionale e maggioritario, sarebbe giusto meditare e ricordare oggi, il memorabile discorso che tenne all’assemblea della DC regionale nel remoto 1987, don Giussani, esordì con queste parole “La politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l'uomo”.

senato parlamento

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale ha rigettato la proposta di referendum richiesto da otto consigli regionali che aveva come scopo la cancellazione, nella legge elettorale in vigore, della residua quota proporzionale al fine ottenere un sistema elettorale maggioritario.

E’ anche noto che la maggioranza di governo ha trovato l’accordo per proporre una legge elettorale proporzionale con una soglia di accesso pensata al momento nel cinque per cento dei voti.

Così dopo un’ubriacatura di maggioritario, di discorsi sull’alternanza, del bisogno di “sapere chi ci governa la sera stessa degli esiti elettorali", durata quasi trent’anni, si ripropone di tornare al sistema in vigore in Italia per sessant’anni e che fu da tutti vituperato – ai tempi di tangentopoli - come la causa di tutti i mali del paese.

Il che evidentemente non era vero; chi sa guardare alla storia dell’Italia del dopoguerra senza pregiudizi non può non constatare che quel sistema elettorale che garantiva la presenza in Parlamento anche di un gruppo che ottenesse piccole percentuali di voti, ha favorito la crescita del paese consentendo di superare arretratezze storiche (si pensi solo alla alfabetizzazione e alla costruzione di un moderno sistema industriale) e a farlo entrare nel piccolo gruppo dei paesi più avanzati giocando anche una parte da protagonista nel processo di costruzione europeo.

Tutto bene quindi con il ritorno al proporzionale? Vediamo.

Il sistema proporzionale garantisce la presenza in Parlamento delle diverse identità politiche che si mettono in gioco: nella cosiddetta Prima repubblica, infatti, erano rappresentati i grandi partiti popolari come la Democrazia Cristiana (DC), il Partito Comunista (PCI), e altri minori ma non meno rappresentativi di presenze significative nella società italiana quali in particolare i partiti socialisti (PSI, PSDI e PSIUP), i laici del Partito repubblicano e liberale. Nel tempo ottennero rappresentanza anche formazioni caratterizzare da battaglie puntuali (come il Partito radicale) o sorte in momenti particolari della storia patria. Senza dimenticare la rappresentanza in Parlamento di partiti come quello monarchico e il MSI che potremmo definire antisistema.

Quel Parlamento era di fatto rappresentativo delle diverse culture politiche presenti nel paese e i partiti politici mediavano tale rappresentanza attraverso le proprie organizzazioni territoriali e/o culturali.

Un Parlamento così costituito richiede però una caratteristica che è difficile trovare oggi nella maggioranza delle forze politiche in campo e cioè la capacità di confronto e di mediazione tra posizioni diverse.

Quello che assistiamo oggi in realtà è una lotta di tutti contro tutti, una battaglia in cui prevale come obiettivo l’abbattimento del nemico (non più avversario politico ma nemico) mentre i bisogni della gente comune passano in secondo piano: sarà la vittoria del leader a risolvere miracolisticamente ogni problema…

Tutte cose che la storia di tre decenni ha ampiamente smentito: l’alternanza non ha creato una consapevolezza del bene comune, la personalizzazione ha incrementato insulti e contumelie reciproche, il popolo è scomparso dai radar dei politici.

Nel memorabile discorso che tenne all’assemblea della DC regionale nel remoto 1987, don Giussani, esordì con queste parole “La politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l'uomo”.

Sorge spontanea una domanda: quale cultura, quale concezione dell’uomo anima le forze politiche in campo?

In un recente intervento Angelo Panebianco ha auspicato il ritorno politico del centro come perno di un sistema nuovamente centrato sul proporzionale.

Nella prima repubblica il centro era rappresentato dalla Democrazia Cristiana; oggi, nonostante i ripetuti tentativi di farla rinascere, quell’esperienza non c’è più e con essa si è dispersa in molti rivoli la presenza politica dei cattolici, di cui recentemente il card. Ruini ha lamentato l’irrilevanza.

Ma può il nostro paese fare a meno –nel suo processo di sviluppo – del contributo del pensiero cattolico?

La politica del nostro tempo è egemonizzata da un pensiero fondamentalmente non cattolico le cui origini lontane possiamo far risalire al filosofo Rousseau, ispiratore di Robespierre e della rivoluzione francese, secondo il quale l’uomo nasce buono e la causa di ogni male sta nell’imperfezione delle strutture sociali, cambiate le quali il mondo andrebbe a meraviglia. E’ il cuore del pensiero di ogni rivoluzionario che da allora si propone di costruire “l’uomo nuovo” cambiando le istituzioni. E’ qui l’origine anche di tanto statalismo che permea la maggior parte delle forze in campo.

Proprio il contrario della visione cattolica che, conscia dell’imperfezione dell’uomo ferito dal peccato originale, si muove con realismo nell’ambito della vita sociale e politica, cercando convergenze, testimoniando valori che innanzitutto si vivono in proprio, rifuggendo da estremismi e utopie.

Non sarà un caso che la rete informatica dei Cinque Stelle porta proprio il nome di Rousseau e che il PD è stato portato da Zingaretti tra le braccia di un movimento che – seppur in calo evidente di consenso elettorale – ha contaminato della sua ideologia molte istituzioni nazionali.

Ritrovare lo spazio di una presenza numericamente significativa per un partito laico in cui la visione cristiana della vita non sia emarginata è un compito immane ma che non tollera scorciatoie.

“Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta” (Giovanni Paolo II, 1982). Da qui occorre ripartire.

 

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