Sondrio , 14 febbraio 2020   |  

Primi effetti del virus della globalizzazione

di Alberto Comuzzi

Quello che sta accadendo in Cina sta aprendo gli occhi a molti occidentali che cominciano a vedere i grandi limiti della mondializzazione.

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Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato chiaro: «Le conseguenze di un virus possono essere più disastrose di qualsiasi azione terroristica. Se il mondo non capisce che questo virus , Covid 19, è il nemico pubblico numero uno, non penso che impareremo nulla da quanto sta succedendo». Alle parole di Ghebreyesus hanno fatto eco quelle del presidente cinese, Xi Jinping, che ha confermato come «la lotta al virus è la priorità assoluta» del suo Paese.

Covid 19 sta mostrando di essere un nemico temibilissimo per l'intera umanità. Il fatto che a pagare il prezzo più alto in vite umane sia la Cina, dove l'epidemia ha preso corpo e si è diffusa, ci impone qualche riflessione proprio su quel Paese.

Dal XIII secolo, con le esplorazioni di Marco Polo e la pubblicazione del suo "Il Milione", l'Occidente sa che quello che allora si chiamava Catai era una importante realtà figlia di un'antica civiltà.

Oggi, a distanza di sette secoli, la Cina è una potenza planetaria sotto il profilo demografico (1 miliardo e 400 milioni di anime), militare (2.035.000 soldati in servizio attivo e circa 510.000 riservisti, per un totale di 2.545.000 uomini), politico (è un modello di riferimento per diversi stati in via di sviluppo) e soprattutto economico (32 % del Pil mondiale). Il Paese del Dragone è un gigantesco laboratorio sociale dove il comunismo di Mao Zedong (1893-1976) s'è coniugato con la forma più sfrenata del capitalismo, che ha generato una vera e propria dittatura del profitto più che del proletariato. Si capisce quindi perché il leader Xi Jinping si sia preoccupato d'informare la propria opinione pubblica e quella internazionale che misure troppo rigide nel contenere la diffusione del Codiv 19 rischiano di danneggiare l'economia.

Tradotto: possiamo tollerare qualche morto in più, ma non la perdita di punti del Pil. C'è una certa sintonia tra i Vertici della nomenclatura comunista cinese e gran parte dei media nel polarizzare l'attenzione dell'opinione pubblica più sui danni economici che sui lutti provocati dall'epidemia scoppiata a Wuhan.

Ci si sofferma sulla minaccia che potrebbe assottigliare il portafoglio, ma non sul pericolo mortale che incombe su molte persone, ovviamente per non creare allarmismi. Il mondo non ha bisogno di una Cina destabilizzata, ma non è mai stato alto come ora il rischio che in quel Paese si generino forti turbolenze. Per la nomenclatura cinese vincere la guerra contro Covid 19 è indispensabile alla luce del risentimento che comincia a serpeggiare pubblicamente dalla base popolare irritata per come è stata ignorata l'epidemia nei primi momenti della sua manifestazione.

Il Governo centrale prima ha condannato e rimosso i responsabili periferici della sanità, poi quelli della polizia e dopo di loro i rappresentanti del partito comunista ai vertici delle istituzioni locali (sostituiti da ispettori venuti da Pechino). Covid 19 sta mettendo a dura prova il modello di sviluppo cinese e con esso la legittimità stessa del Governo di Pechino.

Un manager svizzero, in un passaggio fugace sugli schermi de La7, ha sottolineato come nella sua Confederazione e in Canada, che sono stati i primi due Paesi dell'Occidente ad aprirsi agli interscambi commerciali con la Cina, sia in atto un ripensamento profondo degli effetti di tale apertura. Il suo ragionamento, in verità non isolato, è che stiano emergendo i guasti provocati dall'indiscriminata globalizzazione. Infatti stanno entrando in crisi diverse multinazionali farmaceutiche per gli insufficienti approvvigionamenti che solo alcune aziende cinesi sono in grado di garantire loro.

Come appunto ha spiegato il manager è stato conveniente, per anni, acquistare prodotti a basso costo in Cina (incuranti di diritti dei lavoratori, di libertà d'opinione, etc. etc.), ma oggi che il sistema produttivo di quel Paese s'è inceppato si sta prendendo atto del duplice errore fatto, almeno in Occidente: avere lasciato il monopolio in diversi settori merceologici ad un unico Paese e, nel contempo, di avere impedito lo sviluppo di aziende in Occidente, con conseguente perdita di posti di lavoro.

È chiaro che in un mercato globale se il mio costo del personale è inferiore a quello dei miei competitori nel medio o lungo termine divento monopolista. Ciò che sta accadendo per le multinazionali farmaceutiche avviene anche per l'intero comparto industriale. Chissà ? Forse ci voleva un virus per mettere in crisi l'utopia della globalizzazione.

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