Sondrio , 01 maggio 2020   |  

Un nuovo modo di affrontare il lavoro e l'economia

di Giulio Boscagli

primo maggio lavoro perduto

Ci fu un tempo in cui la città risuonava della competizione tra il suono delle campane e il fischio delle sirene delle fabbriche. Le prime a scandire tutte le ore, del giorno e della notte, a segnalare l’inizio delle messe, e ad accompagnare, festose o tristi, i diversi momenti della vita dei parrocchiani. Le sirene impegnate a scandire i tempi del lavoro delle fabbriche segnalandone l’inizio, il rientro e il termine serale.

Un “Ora et labora” declinato nel tempi di una società che voleva crescere e cresceva con un senso della vita e del lavoro.

Oggi la festa del lavoro investe una città silenziosa quale lo è mai stata: chi vive dentro le città impara a convivere con i suoi rumori, ascolta ii passi dei cittadini e le voci dei ragazzi che vanno a scuola; i rumori dei mezzi che adempiono pluriformi impegni…ora solo silenzio e qualche sirena – non di fabbrica ma di ambulanza- che spezza, per fortuna sempre un po’ meno, questa fragorosa solitudine.

Come festeggiare il Primo maggio quando il lavoro è in difficoltà o addirittura manca e nell’animo di troppi non aleggia quello spirito di ricostruzione che spinse i nostri padri a rimettere in piedi un paese prostrato dalla guerra?

Paragoniamo a volte il tempo che abbiamo davanti a quello della ricostruzione: dopo la guerra e le distruzioni che aveva portato con sé si trattava di ricostruire un paese in cui la disoccupazione era a livelli drammatici. Giorgio La Pira, che aveva partecipato ai lavori dell’Assemblea Costituente e nel 1950 è sottosegretario al ministero del lavoro, scrive un libro in cui si domanda quale sia “L’attesa della povera gente” (questo il titolo del libro), e vi risponde perentoriamente: “La risposta è chiara: un governo ad obbiettivo, in certo modo, unico: strutturato organicamente in vista di esso: la lotta organica contro la disoccupazione e la miseria”.

La Pira argomenta ampiamente, come era solito fare, questo suo impegno con motivazioni religiose, metafisiche, storiche, economiche e politiche ciascuna di esse riccamente documentata. Non gli mancarono le critiche soprattutto da quanti idolatravano la supposta onnipotenza dei mercati come unica risposta adeguata. Critiche gli vennero anche da parte cattolica utilizzando il passo evangelico per cui “i poveri li avrete sempre con voi” per frenare il suo impulso riformatore; al che La Pira rispose con fermezza: “ forse che [queste parole]legittimano in qualche modo una struttura sociale –economica, finanziaria, politica- che ha tollerato nel passato e tollera nel presente, in dimensioni ancora così vaste, il cancro della disoccupazione e della miseria?”

I tempi che viviamo oggi sono certamente diversi da quelli di La Pira: il mondo del lavoro è profondamente cambiato, le innovazioni tecnologiche, l’informatica, l’internazionalizzazione dei mercati ne fanno una realtà più complessa e non sempre facile da decifrare.

E tuttavia la centralità del lavoro non può essere accantonata proprio nel momento in cui si pensa come ricostruire.

Scriveva un economista prematuramente scomparso, Marco Martini, in un commento all’enciclica Centesimus Annus del Pontefice Giovanni Paolo II: “Lavorare non è semplicemente fare qualcosa ma fare per qualcuno, agire per qualcuno. Ciò è particolarmente evidente nell’economia contemporanea dove, nell’intreccio delle interdipendenze, ogni lavoro, dal più umile al più complesso, appare come un servizio”. E ancora: ”Lavorare è poi fare qualcosa non solo per qualcuno ma anche con qualcuno. L’azione tesa a cercare nuove risposte a nuovi bisogni richiede oggi più che mai il coinvolgimento di altri.”

Sono parole che non hanno perso la loro attualità e anzi possono essere un criterio utile per ricostruire in questo frangente.

Riportare al centro della ripresa economica il lavoro e gli uomini del lavoro è una sfida non facile dopo anni in cui si è pensato che il “dominus” dell’economia dovesse essere la finanza staccata dalla materialità delle opere, della fatica, in ultima analisi dalla persona che lavora.

La crisi provocata dalla pandemia ci costringe a ripensare il modello di sviluppo cui, almeno nell’occidente ricco, ci siamo supinamente affidati e che ci ha mostrato tutti i suoi limiti.

E’ la politica che deve riprendere il suo posto nell’ordine delle cose: non la politica al servizio del mercato (e della finanza e di chi è in grado di controllarla) ma il mercato e l’economia, nella loro pur garantita autonomia, devono rispondere a una concezione della persona, a una visione della società.

Su questo è costante nel tempo l’insegnamento della Chiesa.

Le parole citate del prof. Martini sottolineano la centralità della persona nel gioco dell’economia, non una persona isolata ma in rapporto con gli altri, solo questo consente di non perdere di vista il fine dell’economia e di non fare di quest’ultima un idolo.

In questo tempo di prova sono moltissime le testimonianze di un lavoro cosiffatto. Basti guardare al mondo della sanità dove migliaia di persone si spendono quotidianamente senza risparmio; a quello dei servizi indispensabili per la continuità della vita sociale; al mondo del volontariato e del terzo settore, trascurati dalle decisioni governative ma fondamentali per la qualità della vita nelle nostre città.

Per finire con il ponte di Genova, ricostruito in tempi record grazie alla collaborazione di architetti, tecnici e maestranze che – liberate dal gioco perverso di normative superflue –ha mostrato le potenzialità di un paese che ha saputo fare della sua capacità di lavoro un motivo di riscatto anche nelle situazioni più difficili.

Celebrare – pur in modo ristretto – il primo maggio richiede di mettere al centro il lavoro e le necessarie azioni politiche perché ogni persona possa godere di un lavoro dignitoso per sé e la propria famiglia. Ora et labora, il motto con cui San Benedetto ha riscattato il lavoro – fino al suo tempo opera solo degli schiavi – inserendolo in un disegno più grande di realizzazione della persona, è un’indicazione valida anche oggi.

L’ Arcivescovo Delpini ha chiamato la sua lettera pastorale, “La situazione è occasione”; la sfida è aperta per un nuovo modo di affrontare il lavoro e l’economia.

 

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