Sondrio, 26 marzo 2018   |  
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Il Rwanda in un libro del grosino Martino Ghilotti

Il Paese africano è l'esempio concreto di come sia possibile trsferire aiuti italiani, quindi europei, in modo intelligente per sviluppare zone depresse impedendo, nel contempo, dolorose emigrazioni.

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Martino Ghilotti, grosino, una vita “spesa” nel mondo economico-finanziario, apprezzato collaboratore di Valtellinanews è da anni impegnato nell’Associazione Kwizera, una onlus che ha realizzato tante utili opere in Rwanda. Da oltre un decennio, almeno una volta all'anno, visita il Paese africano che ha imparato a conoscere e, con intelligente affetto, a sostenere. Nelle sue missioni ha raccolto ampio materiale che ha deciso di far confluire nell' e-book, “Aiutiamoli a casa loro. Il modello Rwanda”  . (15 cartaceo e € 4,99 ebook). Il ricavato del suo lavoro è ad esclusivo beneficio dell'Associazione che, come sempre, provvederà a destinare ad una delle tante iniziative realizzate in Rwanda. Il sottotitolo del libro – di cui pubblichiamo qui sotto l'Introduzione – dice chiaramente che cosa vi troverà il lettore: “Da Goma a Davos, dal baratro della guerra civile a esempio di sviluppo per l'Africa, grazie agli aiuti e alla buona governance”.

 

Mai l’anziano sacerdote avrebbe potuto immaginare che una di quelle lunghe scie bianche, lasciate dai jet nel limpido cielo valtellinese di una fredda giornata di gennaio, potesse, anche solo lontanamente, richiamare il dramma di cui, tanti anni prima, era stato partecipe e commosso testimone. Eppure, su uno di quei jet, in procinto di atterrare nella vicina Engadina, in Svizzera, viaggiava una folta delegazione ruandese pronta a partecipare al World Economic Forum di Davos del 2018.

Così lontano era, infatti, la drammatica realtà che il sacerdote si era trovato di fronte in quell’estate del 1994, quando, in rappresentanza della Caritas italiana, aveva portato aiuti al campo profughi di Goma nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo).Là dove un’umanità disperata di rifugiati ruandesi viveva gli ultimi sussulti di una feroce guerra civile, in una sorta di girone dantesco, cui faceva da cornice una cappa di fuliggine nera sollevata dalla terra vulcanica del campo. Più di venti anni separano quella scia sfavillante tracciata nell’azzurro cielo valtellinese dalla cupa atmosfera del campo di Goma. Anni trascorsi alla ricerca di un faticoso riscatto, grazie alla resilienza di un popolo coraggioso e al supporto di una comunità internazionale ansiosa di mondarsi di qualche colpa del passato. Dal 1994, conclusa la tragica guerra civile, il popolo ruandese vive in pace, una situazione non particolarmente diffusa in Africa.

Basterebbe questo dato per apprezzare il percorso compiuto dal Rwanda in questo ventennio. In realtà, oltre a questo dividendo politico che, di anno in anno, la governance espressa dal presidente ruandese Paul Kagame è stata in grado di garantire ai propri governati, vi è una sorta di valorizzazione del capitale sociale, sottoscritto all’indomani della tragedia ruandese, conseguente allo sviluppo che il Paese ha compiuto in questi anni. Il Rwanda, un Paese di dodici milioni di abitanti, facente parte di quei 58 paesi dell’ultimo miliardo a rischio di diventare sempre più poveri, attraverso gli aiuti internazionali supportati dall’impegno della sua governance, è stato messo nelle condizioni, all’uscita del sanguinoso conflitto che insanguinò il Paese dal 1990 al 1994, di ricostituire la propria statualità e ritessere le trame di un tessuto sociale lacerato. Attraverso il perseguimento di una forte identità nazionale, innervata dalla riscoperta dei valori della tradizione, una sorprendente apertura all’innovazione e moderni modelli gestionali, l’attuale governance ruandese è riuscita a dare vita a un modello sociale vincente.

Sembra, infatti, potersi dire che si siano create in Rwanda le condizioni perché un cittadino ruandese valuti che i propri figli possano vivere dignitosamente nel proprio Paese, non lasciandosi attrarre, come succede per altri abitanti del continente africano, dal richiamo di improbabili avventure nei paesi occidentali. Va anzi sottolineato come il nuovo Rwanda sia stato capace di favorire il rientro di oltre tre milioni di ruandesi rifugiati nei paesi confinanti, a partire dall’indipendenza e in conseguenza della guerra civile. Senza dimenticare l’impegno delle autorità ruandesi, attraverso il programma "Come and see, Go and Tell – "Vieni e vedi, vai e racconta", di favorire il rientro dei componenti della diaspora ruandese sparpagliati nel mondo per concorrere allo sviluppo dell’economia e delle istituzioni del Paese. Percorso che il Rwanda ha iniziato grazie agli aiuti internazionali, confluiti nel Paese successivamente alla tragedia del 1994, che hanno trovato una governance capace di farne buon uso, con un approccio originale, in cui l’agenda del loro utilizzo non è mai stata quella dei donatori, ma quella decisa dai governanti ruandesi. Aiuti internazionali e buona governance hanno così fatto del Rwanda, Paese penalizzato dalla mancanza di risorse minerarie proprie, privo di accessi al mare, esposto a possibili rigurgiti di conflitti interetnici, uno dei paesi meglio organizzati del continente africano.

Come autorevolmente sottolineato dalla Banca Mondiale che, in un proprio rapporto del novembre 2017, riconosce come “il Rwanda sia stato in grado di realizzare importanti riforme economiche e strutturali e di sostenere i suoi tassi di crescita economica che, tra il 2001 e il 2015, hanno registrato una media della crescita del PIL reale di circa l'8% annuo. Accompagnando la forte crescita economica con sostanziali miglioramenti degli standard di vita, con un calo dei due terzi della mortalità infantile e con una frequenza quasi universale della scuola elementare, oltre che con il conseguimento, entro la fine del 2015, della maggior parte degli Obiettivi di sviluppo del millennio (OSM).Una forte attenzione alle politiche e alle iniziative nazionali ha contribuito a migliorare in modo significativo l'accesso ai servizi e agli indicatori di sviluppo umano. Il tasso di povertà è sceso dal 44% nel 2011 al 39% nel 2014, mentre la disuguaglianza misurata dal coefficiente di Gini è scesa da 0,49 a 0,45.” Pur essendo ancora significativa la dipendenza dagli aiuti, c’è l’impegno del governo ruandese a mettere in campo politiche volte ad attenuarne nel tempo l’incidenza. Mentre l’efficace gestione delle risorse, resesi disponibili nel corso di questi anni, è stata autorevolmente riconosciuta dal report sull'efficienza dei governi nel 2014 stilato dal World Economic Forum, una speciale classifica che pone in relazione i risultati raggiunti dai singoli governi con le risorse impiegate, che attribuisce al governo del Rwanda un prestigioso settimo posto a livello mondiale (a fronte di un’Italia relegata al penultimo posto).

Viene riconosciuto al governo ruandese soprattutto il basso livello di spreco nella spesa pubblica; in ultima analisi si dice che il Rwanda ha saputo e sa fare un ottimo utilizzo delle risorse proprie e di quelle ricevute dai donatori internazionali. Senza dimenticare gli sforzi compiuti per creare le condizioni di sicurezza e di facilitazione del fare impresa per richiamare investitori internazionali a dare vita a nuove imprese nel Paese.

Grazie anche all’apporto, in via sussidiaria alle autorità civili, della Chiesa cattolica e delle altre confessioni cristiane presenti nel Paese, (cattolici e protestanti rappresentano circa il 90% della popolazione, una delle più alte sul continente) in campo educativo e sanitario, con centinaia di scuole di ogni ordine e grado, con centri di sanità, assistenza di base e ospedali, sono stati conseguiti gli obiettivi del millennio nei richiamati settori.

Nel tempo, a fatica e pur fra mille contraddizioni, in cui il percorso nella conquista delle libertà civili è ancora lungo e accidentato e il solco che divide il livello di vita tra città e campagne rischia di accentuarsi, si stanno purtuttavia creando in Rwanda le condizioni perché il diritto a rimanere non sia un vuoto slogan, ma una reale alternativa, e la tentazione di migrare non faccia breccia nei giovani ruandesi che, in effetti, non sono tra i migranti che sbarcano dai barconi. E questo perché qualcuno, in anticipo di anni sui primi barconi solcanti il Mediterraneo, li ha aiutati a casa loro: dalle grandi istituzioni internazionali ai paesi donatori, dalle grandi ONG fino alla più piccola delle onlus e all’ultimo dei volontari. 

 

 

 

 

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