Sondrio, 01 luglio 2017   |  

Il valtellinese ambasciatore Bradanini: l'Italia? Un ottimo mercato

In un'intervista al sito www.occhidellaguerra.it il Diplomatico dice chiaramente come stanno le cose: il nostro Paese conta poco nello scacchiere internazionale ed è “tollerato” perché rappresenta un mercato di 60 milioni di consumatori piuttosto generosi.

ambassador 300x235

L'ambasciatore Alberto Bradanini

Alberto Bradanini, presidente del Centro studi sulla Cina contemporanea, già ambasciatore d'Italia in Cina e in Iran ha rilasciato al sito www.occhidellaguerra.it un' intervista che volentieri segnaliamo ai nostri lettori per due motivi: è di estremo interesse per i contenuti (che vanno decisamente aldilà del politicamente corretto) ed è espressione di un valtellinese doc (che da solido uomo di montagna usa solo le parole che servono).

Nato a Roma nel 1950 da Costantino Bradanini, originario di Cevo nel comune di Civo in Valtellina, Alberto Bradanini si è laureato in Scienze politiche all’Università La Sapienza di Roma nel 1974 e l'anno dopo entra nel corpo diplomatico.

Fra le sedi all’estero cui è stato assegnato vi sono Mons in Belgio (1978-81), come vice console; Caracas (1981-83), primo segretario; Oslo (1983-85), primosegretario; Pechino (1991-96), consigliere commerciale; Hong Kong (1996-98), console generale. Dal 1998 al 31 Dicembre 2003 è stato assegnato "fuori ruolo" prima quale special assistant del direttore esecutivo dell’Unodc l'Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine a Vienna e successivamente (1999-2003) direttore dell’Unicri, l'Istituto di Ricerca delle Nazioni Unite per il crimine e la droga con sede a Torino.

Da Gennaio 2007 ad Agosto 2008 è stato "comandato" presso l’ Enel con l’incarico di responsabile degli affari istituzionale internazionali dell’azienda. Dal 2008 al 2012 è ambasciatore in Iran e da Gennaio 2013 al 2015 ambasciatore in Cina.

Questo il testo dell'intervista.

Ambasciatore Bradanini, lei è stato rappresentante dell’Italia prima in Iran e poi in Cina. Come valuta la politica estera italiana degli ultimi governi riguardo all’Asia?

La politica estera italiana è priva di vera autonomia. L’Italia non è dunque percepita come un Paese sovrano. Agli interessi nazionali, talvolta anche fondamentali, i governi italiani antepongono una distorta nozione di fedeltà nei riguardi dei cosiddetti alleati – gli Stati Uniti innanzitutto e, in Europa, il trio regnante Germania, Francia e Gran Bretagna – i quali dei nostri bisogni/interessi non si curano minimamente. Quanto alla politica italiana verso l’Asia, non se ne vede l’ombra. Dietro il lessico accattivante dei comunicati ufficiali si nasconde il vuoto, abbinato a scarsa conoscenza degli scenari e ad un deficit organizzativo di cui nessun governo si cura mai. Va ricordato poi che abbiamo ceduto all’Unione Europea le competenze internazionali di natura economico-commerciale, su cui gli organismi europei, invece di bilanciare gli interessi di tutti i Paesi membri, fanno sistematicamente prevalere quelli dei Paesi forti, Germania e suoi satelliti innanzitutto, i quali controllano a Bruxelles le posizioni-chiave dell’Unione.

Nella sua esperienza da ambasciatore, che idea ha avuto della percezione dell’Italia a Pechino e Teheran?

Per Pechino, l’Italia conta essenzialmente solo come mercato di sbocco dei suoi prodotti e per qualche investimento. Il deficit commerciale italiano è stato negli ultimi dieci anni tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Ogni anno, dunque, l’Italia – oltre a soffrire la concorrenza sleale sui mercati terzi dove una volta il made in Italy era vincente – stacca un assegno di tale importo a favore della Repubblica Popolare. La rinuncia dell’Italia alla sovranità monetaria e una globalizzazione senza regole – Pechino ne trae i suoi enormi vantaggi – ha messo in ginocchio la nostra industria. La Cina poi percepisce che l’Italia è pervasa da corruzione diffusa e criminalità organizzata dilagante, mentre la sua classe politica è instabile e di basso profilo. Quanto all’Unione Europea, Pechino sa bene che le tematiche di natura economica per lei importanti vengono decise da altri Paesi, non certo dall’Italia. Non traggano in inganno le parole che si trovano nei comunicati ufficiali in occasione delle visite politiche. Si tratta solo di buona educazione. Quanto al Medio Oriente, Teheran vede che nemmeno nelle aree in cui soffre più di altri, ad esempio l’immigrazione, l’Italia ha un ruolo significativo nelle decisioni adottate dai Paesi principali. Non è dunque un caso se i legittimi ritorni si fanno desiderare anche sul piano commerciale (ammesso che gli americani ci consentano di stipulare qualche contratto che dopo la forma dell’accordo nucleare è oggi legalmente consentito). A qualche annuncio pubblico che la Russia non è certo un nemico (non essendoci l’ombra di una ragione), non ha fatto seguito alcun fatto concreto: saranno come sempre gli americani a decidere se e quando potremo tornare a commerciare normalmente con Mosca.

L’Iran svolge un ruolo fondamentale nel Medio Oriente e ha una parte essenziale nel conflitto siriano e nella guerra allo Stato Islamico. Come valuta la prospettiva della costruzione della cosiddetta mezzaluna sciita dall’Iran al Libano?

Si tratta di uno scenario complesso. Personalmente, reputo che la politica regionale iraniana sia tuttora di natura essenzialmente difensiva. L’Iran si percepisce come un Paese minacciato, che potrebbe subire un attacco militare da parte americana e/o israeliana. Con l’arrivo di Trump alla Casa bianca – che ha persino reso esplicito il suo auspicio di un cambiamento di regime a Teheran – tale percezione è ulteriormente cresciuta.

Lo scontro tra Arabia Saudita e Iran è destinato a incendiare il Medio Oriente con il rischio di una guerra su larga scala, oppure è possibile credere che si giunga a una soluzione di compromesso che eviti l’escalation militare?

Non credo ad un conflitto imminente tra questi due Paesi. L’obiettivo dell’apparente escalation cui si assiste, dietro la quale non si può non vedere la mano americana, è duplice, esercitare ulteriore pressione sull’Iran tramite i Paesi arabi dell’area, che tuttavia tra di loro sono lungi dall’essere alleati e vendere armi americane a chiunque, a cominciare da Riad.

Iran e Cina sono Paesi in ottimi rapporti, sia diplomatici sia commerciali. Possiamo ritenerli alleati oppure si tratta di semplice convergenza d’interessi?

I due Paesi sono ideologicamente e culturalmente agli antipodi. Da una parte, una teocrazia in lotta contro la modernità, dall’altra un universo laico, de-ideologizzato, pronto ad essere protagonista della medesima modernità. In questo passaggio storico, tuttavia, i loro interessi – in termini di realpolitik – sono convergenti. Insieme alla Russia, terzo lato del triangolo, Cina e Iran intendono contenere la bulimia di potere degli Stati Uniti in Asia (orientale, medio-orientale e centrale).
In che cosa consiste la Nuova Via della Seta e quanto può influire sulla stabilità del Medio Oriente e dell’Asia Centrale?

La cosiddetta nuova via della seta (Belt and Road Initiative) è un lungimirante progetto politico-economico che la Cina di Xi Jinping ha ideato per avvicinarsi all’Europa, attraverso investimenti e cointeressenze con i Paesi dell’Asia centrale. Una strategia che per diverse ragioni inquieta gli americani, ma che non avrà, di per sé, influenza decisiva sulle dinamiche del Medio Oriente.

Potremmo diventare un terminale geopolitico cinese in Europa e cambiare il nostro ruolo all’interno dell’Unione Europea grazie al rapporto con Pechino? La Grecia di Tsipras, con la contrarietà alla dichiarazione Ue sulla violazione dei diritti umani in Cina, sembra andare in questa direzione.

Non credo che tali eventi minori possano cambiare il panorama complessivo dei rapporti tra Cina ed Europa, oggi a netto vantaggio della Cina (ad eccezione della Germania), e centrati su commercio e investimenti. Sul tema diritti umani, la cui nozione rimane diversa tra Cina ed Occidente, da diversi anni la credibilità americana è in caduta libera e la forza economica della Cina le consente di rispedire al mittente qualsiasi accusa, anche quando giustificata. Infine, per diventare un terminale geopolitico di qualche peso agli occhi di Pechino l’Italia dovrebbe disporre di capacità politiche ed economiche che non ha, e inoltre non dovrebbe essere quel Paese in profonda crisi politica ed economica che abbiamo sotto gli occhi.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia per attrarre gli investimenti cinesi nell’ambito del One Belt One Road?

Negli intenti cinesi gli investimenti in ambito One Belt One Road dovrebbero dirigersi verso i paesi limitrofi (o intermedi) dell’Asia centrale (via della seta terrestre) e del Sud Est asiatico (via della seta marittima) e altri intermedi tra Cina ed Europa. Per raccogliere frutti dalla sua partecipazione ai progetti in questione, l’Italia dovrebbe risultare competitiva, in termini di finanziamenti (facendo innanzitutto valere quelli già versati all' Aiib, la Banca asiatica d'investimento per le infrastrutture ), capacità e tecnologie, mostrando integrità ed efficienza, di cui siamo purtroppo privi. Il forte rischio è quello di raccogliere solo qualche briciola rispetto ai Paesi del Nord Europa (o dell’Asia), virtuosi e organizzati.

In ultima analisi, Ambasciatore, ritiene che l’Italia possa ancora avere una sua politica estera o stiamo cedendo la nostra sovranità anche per quanto riguarda le scelte in politica internazionale? Stiamo davvero tutelando i nostri interessi?

Per ragioni in parte oggettive (non esistono più Paesi a sovranità piena, come forse un tempo) e in parte dovute a carenze nazionali – carenze endemiche, profonde e poco curate dai governi degli ultimi decenni – credo che oggi l’Italia (vale a dire coloro che si trovano a rappresentarla, in ambiti pubblico e privato) non sia in grado di difendere i suoi interessi come dovrebbe, non solo in Asia e in Medio Oriente, ma anche, e in misura persino maggiore, in Europa.

 

Appuntamenti

Ritrovaci su Facebook

Caleidoscopio

26 Luglio 1875, a Kesswil (Svizzera), nasce Carl Gustav Jung, psichiatra, psicoanalista e antropologo. Morirà a Küsnacht (Svizzera), il 6 giugno 1961

Social

newFB newTwitter