Sondrio, 27 aprile 2018   |  
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La guarigione del piccolo Alfie non s'ha da fare

di Alberto Comuzzi

Magistrati e medici dell'ospedale di Liverpool decisi a proseguire lungo la loro strada: mostrare che avevano ragione nel “condannare a morte” il piccolo Evans.

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I giovani genitori del piccolo Alfie Evans

«Noi apparteniamo all’Italia. Alfie è una parte della famiglia italiana, è una parte dell’Italia», ha detto a Tv 2000 Tom, il papà di Alfie Evans. «Noi continueremo a lottare ricevendo sempre più forza dal popolo italiano e dal governo, dai ministri che si sono impegnati per noi. Non vi ringrazieremo mai abbastanza.

Chiedo al Papa di venire qui per rendersi conto di cosa sta accadendo. Venga a vedere come mio figlio è ostaggio di questo ospedale. È ingiusto quello che stiamo subendo».

Sta scuotendo buona parte dell'opinione pubblica italiana (e non solo) la vicenda del piccolo Alfie, 23 mesi, ricoverato all'ospedale pediatrico di Liverpool, al quale i medici avevano “staccato la spina” nella convinzione che fosse inutile proseguire le cure per guarirlo da una grave forma di malattia neurologica.

Certi che il bambino sarebbe di lì a poco spirato (a loro giudizio sarebbe morto nel giro di pochi minuti) hanno però dovuto ricredersi perché il piccolo, staccato dalle macchine, ha continuato a respirare autonomamente per almeno 11 ore trovando addirittura la forza di abbracciare la mamma.

A chiedere di trasferire in Italia il bambino per tentare di salvarlo presso l'ospedale romano del Bambin Gesù è persino intervenuto Papa Francesco. La Magistratura britannica, interpellata perché consentisse ai genitori di trasferire il loro figlio in Italia, ha espresso parere negativo.

Così, allo stato attuale, Alfie è nuovamente intubato, perché l'equipe di medici inglesi che l'hanno in cura, non mostrano alcun ravvedimento e continuano pervicacemente a sostenere che la sorte del piccolo è segnata. Allo stesso tempo i giudici inglesi, chiamati a dirimere il caso, si mostrano solidali con i sanitari e confermano l'impedimento ai genitori di portare il loro figlio in Italia.

Le sofferenze indicibili dei genitori del piccolo Alfie ci spingono a elevare forte il nostro grido d'indignazione. Bel Paese questa Gran Bretagna, paladina di democrazia e dotata di un sistema giuridico che vieta ad un proprio cittadino/genitore di fare tutto il possibile per salvare la vita del proprio figlio.

Ma che razza di giudici massonici e di medici presuntuosi ci sono a Londra e dintorni ? La Gran Bretagna non fa tuttora parte dell'Ue, visto che l'iter della Brexit non è ancora stato completato?

Allora i cittadini non hanno diritto di circolare liberamente? O solo alle merci è riconosciuto tale diritto?

Si muovono un Papa e un governo, quello italiano, che si offrono di alimentare un briciolo di speranza per salvare una vita di un bambino e, nel contempo, per dare un minimo di conforto e di sostegno ai suoi genitori e un giudice leguleio insieme a tre medici spergiuri (dov'è finito il giuramento d'Ippocrate?) si arrogano il diritto di decidere che cosa sia meglio per tutti.

Vale a dire condannare a morte un bimbo in nome di un non si capisce bene quale principio umanitario. Eh, no, cari sudditi di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra, se questo è il vostro modello di civiltà, il “british style”, cominciate a mettere in conto che state perdendo colpi. L'impero romano è durato una decina di secoli prima di sfaldarsi; il vostro “British Empire” è già in decomposizione.

Pur con tutte le nostre miserie e contraddizioni, noi italiani, siamo avanti anni luce in fatto d'umanità rispetto a voi, cari gentleman inglesi. Davanti a fatti come questi c'è da sentirsi orgogliosi d'essere italiani.

Qualsiasi esito avrà la vicenda di Alfie Evans mettiamo sul piatto della bilancia il “peso” positivo delle preghiere che hanno innalzato al cielo tanti italiani di cuore, commossi e partecipi anche del dolore di due giovani genitori straordinariamente innamorati del proprio figlio. Ci sono più cose tra Cielo e Terra di quanto mente umana possa immaginare. La scienza, anche quella medica, spiega molto, ma non tutto, come il caso Alfie Evans sta a dimostrare.

 

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