Lecco, 06 aprile 2019   |  

La malattia e la morte raccontate dai grandi della letteratura

di Gabriella Stucchi

“Il medico deve agire secondo scienza e coscienza”

La malattia

Nella Prefazione l’autore Mauro Di Napoli, specialista che ha lavorato a Roma presso il Policlinico Umberto I e presso l’Ospedale Sandro Pertini, indica come curare la malattia significa prendersi cura della persona, non solo prescrivendo farmaci, ma anche entrando in simpatia con lei, attraverso il dialogo. Per capire meglio i problemi, oltre la medicina, occorre anche una cultura che spazi nel campo della vita: in questo aiuta la lettura. Nei trattati di Medicina le malattie vengono affrontate nel loro aspetto oggettivo; nei romanzi prevale la soggettività, per cui le narrazioni dei vissuti possono far riflettere sulle figure del medico e del paziente, aiutando a conseguire maggior consapevolezza.

Il primo passo della raccolta delle informazioni è far parlare il paziente, facendogli raccontare i suoi problemi in tutte le loro manifestazioni (anamnesi). L’autore nota come questo aspetto purtroppo oggi stia venendo meno: sempre più spesso il medico non ascolta e il paziente non racconta. In alcuni romanzi invece il lettore riesce a vivere la malattia e a ripercorrere l’evoluzione quasi come il malato l’affronta giorno per giorno. L’autore cita quindi alcuni testi: un passo di Paul Auster nel libro “Mr. Vertigo” in cui vengono descritti i disturbi dell’emicrania; nelle “Memorie di Adriano” di Yourcenar si parla dello scompenso cardiaco, con i sintomi e i sentimenti provati dal paziente, sino alla morte, affrontata con lucidità.

Un largo spazio è dedicato alla “storia” del rapporto letteratura-medicina, iniziando dal codice di Hammurabi (1750 a. Ch.), dagli episodi riportati nell’Iliade e nell’Odissea di Omero (VIII sec. a. Ch.), fino a giungere al Vecchio Testamento: la cecità di Tobia, con un intento di edificazione spirituale.

Si passa poi alle fiabe, citando in particolare quella di Cappuccetto Rosso, in cui compaiono disturbi visivi; così anche in Pollicino e nella fiaba di Hansel e Gretel.

L’autore specifica che la cecità, nella favola, è un modo per indicare che per diventare grandi bisogna aprire gli occhi e acquisire una nuova consapevolezza di sé.

Si arriva alla storia: la diffusione della peste è presente nel “Decamerone” di G. Boccaccio (1313-1375); poi in Tucidide (circa 460 a. Ch), storico ateniese che di fronte all’epidemia di peste del 430 che colpì lo stesso Pericle ricerca le cause, descrivendo i prodromi, il decorso della malattia, la diffusione, oltre alle ripercussioni psichiche: solitudine, scoraggiamento, problema del fine vita...

La peste di Atene viene narrata anche da Lucrezio (94-50 a.Ch) nel “De rerum natura”: in lui vengono colti i sintomi e le complicanze; l’abbandono del malato infetto e contagioso. Non essendoci rimedi, Lucrezio invita a combattere il male con la ragione.

Alessandro Manzoni nei “Promessi sposi” parla dell’epidemia di peste nel ducato di Milano nel 1629-1630, in seguito al passaggio dei Lanzichenecchi. Particolareggiata la descrizione della malattia in don Rodrigo, che alla comparsa dei bubboni è assalito dal terrore della morte. I medici a quel tempo non erano preparati e a volte si rendevano addirittura nocivi praticando i salassi.

Un’altra malattia trattata da diversi scrittori è l’epilessia, per cui il documento più antico è il Codice di Hammurabi (2000 a.Ch). Ne parla Ippocrate (460-377 a. Ch.) nel “De morbo sacro”, che nega l’intervento soprannaturale nella comparsa della malattia. Anche Lucrezio descrive la crisi, che colpì molti personaggi famosi del passato. Shakespeare ne tratta nelle sue tragedie, come pure Dostoevskij (1821-1881) nel romanzo “L’idiota”.

La malattia del secolo XIX è la tubercolosi, denominata “mal sottile” o “mal di petto”: malattia importante per il singolo e la società, che portò a morte migliaia di persone, per la facilità del contagio, anche a causa delle scarse condizioni igieniche.
Di “chiuso morbo” parla Giacomo Leopardi (1798-1837) nella poesia “A Silvia” e Alessandro Duma (1824-1895) nel romanzo “La signora delle camelie”, la cui protagonista, Marguerite Gautier, muore per tisi. Al romanzo si ispira Verdi in uno dei suoi melodrammi più celebri, ”La Traviata”, come pure Puccini nella “Bohème”.

Di questo male muore anche Guido Gozzano (1883-1916) sebbene sia sottoposto ad accurate visite mediche.

Lev Tolstòj nel romanzo “La morte di Iván Il’iĉ” descrive appunto la morte, iniziando con la descrizione del cadavere. Nel corso del romanzo il protagonista non accetta la morte, arrivando anche a vedere nel medico il vero nemico. Ultima considerazione, dopo la lunga sofferenza: “la morte è la fine del dolore e delle preoccupazioni: è luce”.

Nel capitolo “Rapporto medico-paziente” si citano passi di autori in cui si riproducono i diversi tipi di rapporto che si possono verificare, con note molto interessanti.

“Il tema della morte”, tra gli altri riporta la descrizione di Alessandro Manzoni della morte di Cecilia, in cui la madre, religiosa e credente, si abbandona alla fede in Dio e alla volontà divina per trovare la serenità.

L’impostazione del libro è molto interessante, utile da due punti di vista: quello storico-letterario, per le numerose e precise citazioni sull’argomento; quello medico, ben descritto nell’ultima pagina, in cui si indicano le note distintive di un bravo medico che esegue con responsabilità il proprio compito.

Mauro Di Napoli “La malattia e la morte raccontate dai grandi della letteratura” – Armando Editore – euro10.00

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