Sondrio , 18 gennaio 2019   |  

“La nostra morte non ci appartiene”. La storia dei 19 martiri d’Algeria

di Gabriella Stucchi

“Sono una parola profetica per il nostro mondo...un passo verso il perdono e la pace per tutti gli uomini”

La nostra morte

Preceduto dalla Prefazione di Enzo Bianchi, che collega il martirio con il messaggio delle due encicliche di papa Francesco, Evangelii gaudium e Gaudete et Exultate, nell’Introduzione i due autori Thomas Georgeon (monaco trappista) e Christophe Henning (giornalista), sottolineano l’”attualità bruciante” del messaggio di pace e di dialogo offerto dai diciannove beati martiri d’Algeria negli anni 1994-1996.

Si inizia con la presentazione di Fratel Henri Vergès, marista, e suor Paul- Hélèn, infermiera, uccisi l’8 maggio 1994 da tre aggressori (che si disse poi appartenessero ai Gruppi islamici) nella biblioteca di via Ben Cheneb, aperta agli studenti.

Il 23 Ottobre 1994 suor Caridad e suor Esther, suore agostiniane missionarie, sono uccise sulla porta della comunità che si preparava ad accoglierle per la celebrazione del sacrificio eucaristico. La loro morte suscita un’eco profonda: entrambe si prendevano cura dei più deboli.

Quattro padri bianchi di Tizi Ouzou il 27 Dicembre 1994 sono i martiri successivi, ai cui funerali sono presenti ben quattromila musulmani. Le piccole comunità cristiane chiudono, mentre tra i religiosi si pone la domanda se partire o rimanere. Ma bisogna credere che la missione è fondata sull’amore gratuito e universale di Dio.

Il 3 Settembre 1995 la morte colpisce suor Bibiane e suor Angèle-Marie, missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, mentre tornano dalla Messa. La loro vita si svolgeva tra la preghiera e l’impegno con i più bisognosi. Suor Bibiana nell’ottobre del ’94 aveva scritto: «Scelgo di rimanere per essere un bagliore di speranza in questa terra d’Algeria». La stessa sorte tocca alla piccola sorella del Sacro Cuore suor Odette Prévost il 10 novembre 1995, nelle vie di Algeri, colpita con un proiettile da un uomo uscito da una macchina. Aveva scritto: «Rimanere è lavorare, al nostro umile posto, per il futuro del paese».

La strage dei sette monaci trappisti di Tibhirine il 21 maggio 1996 è l’episodio più sorprendente: rapiti a marzo, a distanza di anni non si conoscono ancora le vere circostanze della loro morte.

1 Agosto 1996: viene ucciso Pierre Claverie, 58 anni, franco- algerino, domenicano, vescovo di Orano, nato in Algeria. Con lui Mohamed, giovane musulmano che aiuta in vescovado e che guida, quando è necessario, l’auto del vescovo. Nel varcare la porta della residenza del vescovo, una deflagrazione terribile. I due rimangono uccisi sul colpo, il sangue dei loro corpi si mescola. All’indomani, Giovanni Paolo II invia un telegramma di vicinanza alla chiesa di Algeria: «si aggiunge una nuova pagina al martirio».

Il 26 Gennaio 2018 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce il martirio dei diciannove e ha così aperto la strada alla loro beatificazione.

Nella Postfazione gli autori sottolineano come questo sia «una testimonianza per la chiesa d’Algeria e insieme un messaggio di amicizia e di fedeltà al popolo algerino, anch’esso martirizzato. I diciannove martiri sono stati uccisi nel mezzo di una popolazione straziata, le cui piaghe non si sono ancora cicatrizzate».

Sullo sfondo di una guerra civile tra islamisti ed esercito, nel libro vengono presentate con ricchezza di particolari le vite dei diciannove martiri (con foto) che, pur consapevoli dei pericoli, non hanno mai voluto abbandonare la terra a cui erano stati destinati, condividendo le difficoltà della popolazione, che ha sempre espresso la riconoscenza per i doni spirituali e materiali ricevuti.

Thomas Georgeon-Christophe Henning “La nostra morte non ci appartiene” - emi -
euro 16.00

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