Sondrio, 01 marzo 2019   |  
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L'Albania deflagra, la criminalità cresce e l'Europa sta a guardare

di Alberto Comuzzi

La criminalità organizzata ha fatturati da capogiro. Le istituzioni europee e quelle internazionali non possono più studiare accademicamente il crimine, che, se non debellato, almeno deve essere contenuto.

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Disordini a Tirana (foto Ansa)

Del fatturato prodotto dalla criminalità organizzata in Italia abbiamo già scritto quale settimana fa. Riprendiamo ora l'argomento con qualche inquietante dettaglio in più. Mentre le pagine di politica estera dei quotidiani grondano di notizie su quanto sta accadendo in Venezuela, sulla crisi tra India e Pakistan, sui rapporti Usa - Cina, per carità, certamente rilevanti nello scacchiere mondiale, non una riga è dedicata a ciò che succede a poche miglia marine dalle nostre coste adriatiche, vale a dire in Albania.

Il Paese delle Aquile è in preda ad una spaventosa crisi politica che rischia di degenerare in guerra civile. La scorsa settimana una sessantina di deputati dell'Assemblea nazionale, capeggiati dal leader dell'opposizione di Centrodestra, Lulzim Basha, che guida il Partito Democratico, si sono dimessi come ultimo atto di una situazione diventata ormai insostenibile.

Basha ha spiegato il suo estremo gesto (una specie di "ritirata sull'Aventino" simile a quella degli oppositori di Mussolini nel 1924) con parole inequivocabili: «L'Albania è governata da un regime che calpesta la costituzione e le leggi per tutelare la criminalità organizzata».

Almeno per ora non sembrerebbero sortire alcun effetto le imponenti manifestazioni di piazza a Tirana per chiedere le dimissioni del capo del governo, il socialista Edi Rama, accusato di essere colluso con diversi clan mafiosi.

Dopo anni di comunismo (l'ateismo di stato era sancito nel primo articolo della costituzione) e di dittatura imposta da Enver Hoxha, il Paese si trova oggi in una crisi sociale ed economica che sta spingendo migliaia di giovani ad emigrare.

L'Italia corre il rischio di rivedere le scene, immortalate dalla televisione nell'Agosto 1991, di migliaia di albanesi pronti a sbarcare da carrette del mare nei porti pugliesi?

Stando a ciò che è ormai di dominio pubblico la criminalità organizzata soffocherebbe l'Albania, condizionerebbe il governo maltese, si muoverebbe a suo agio in Libia, farebbe affari in quasi tutti i Paesi d'Europa mentre in Italia assorbe – qui l'indicativo sostituisce correttamente il condizionale – il 7 per cento del Prodotto interno lordo risultando la prima industria del Paese.

Se così stanno le cose – e purtroppo stanno così – c'è da chiedersi perché il Parlamento europeo e le grandi organizzazioni internazionali insieme ai Governi di quegli Stati non ancora contaminati dal malaffare non comincino a prendere sul serio provvedimenti corali e incisivi per debellare la criminalità, che s'è ormai organizzata internazionalmente e che opera come una gigantesca multinazionale con sedi operative dislocate in tutti i continenti.

È vero che il Padreterno ha assicurato che «le forze del male non riusciranno a sopraffare la divina istituzione della Chiesa» (intendendo quindi tutti coloro che ne fanno parte), ma gli uomini, da parte loro, un po' di buona volontà devono mostrare di avere.

Noi europei dobbiamo fare la nostra parte e coraggiosamente dobbiamo tornare alle nostre origini, ai valori fondanti della nostra cultura, che s'innesta sui principi giudaico-cristiani. Nelle tavole della legge che Dio ha dato a Mosè c'è l'esplicito rifiuto di qualsiasi forma di male che un uomo può infliggere ad un proprio simile.

Immaginiamo se c'è quindi spazio per chi si organizza con criteri d'industria 4.0 per rendere fecondo il crimine.

Possibile che chi siede ai vertici europei non senta l'esigenza, se non di debellare, almeno di contenere, la dilagante corruzione che va a braccetto con l'internazionale del crimine?

 

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