Sondrio, 26 marzo 2021   |  

Quando il politicamente corretto supera sé stesso

di Giulio Boscagli

Siamo arrivati al punto che le persone non si giudicano per quello che sono e che valgono, ma per quello che hanno detto e pensato magari in anni lontani.

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"Il perdono cristiano" in un disegno di M. Silvestri, coll. privata (credit Vareseinluce)

L’amorale della favola è l'espressione di un sentimento che mi è cresciuto dentro leggendo alcune delle notizie che arrivano dagli Stati Uniti dove sembra ormai regnare “una follia politicamente corretta” (titolo di un recente editoriale del direttore del QN Michele Brambilla).

L’ultima di queste riguarda una giovane giornalista afroamericana costretta a lasciare un prestigioso incarico cui era appena stata chiamata per la scoperta di alcune sue dichiarazioni infelici sui social, fatte un decennio prima all’età di diciassette anni, riguardanti i temi alla moda di omofobia e razzismo.

L’episodio non è un caso isolato ma la punta di un iceberg che incrocia pericolosamente la rotta della democrazia e della convivenza civile. È l’iceberg del politicamente corretto che vuole giudicare le persone non per quello che sono e che valgono, ma per quello che hanno detto e pensato magari in anni lontani. Metodo che si accanisce anche sui fatti storici i quali sono rivisitati e giudicati alla luce e con la mentalità odierna.

È assai probabile che questi fenomeni prendano origine da quel sentimento calvinista, importato dai padri fondatori, che pretende la perfezione dai suoi seguaci dimenticando che, nel gioco della libertà, ogni uomo è un misto di bene e di male e che, come scrive ancora Brambilla «quel che conta è la tensione verso il bene, non le inevitabili cadute durante il cammino. Con la mentalità di oggi non avremmo avuto Caravaggio, Michelangelo e credo neppure Leonardo».

La concezione cattolica del reale che ha caratterizzato il mondo occidentale fino a poco tempo fa e che ora sembra inevitabilmente finire all’angolo, ha sempre avuto chiaro il limite dell’umano. È quello che il Manzoni rimproverava a Robespierre (il principe dei moralisti) e cioè di dimenticare la presenza del peccato originale nelle azioni umane e che non sarebbe bastato il cambiamento delle istituzioni a far diventare buono l’uomo.

Senza il recupero di questa visione i fantasmi del passato continueranno a tormentare la nostra società contemporanea convocando, senza pietà, al tribunale del moralismo fatti e persone della storia.

Nel primo dopoguerra il Governo De Gasperi che aveva il comunista Togliatti come ministro della giustizia varò una grande amnistia che riguardava la partecipazione al regime fascista ma anche molti reati perpetrati dagli uomini della resistenza. Era una versione laica del perdono cristiano, l’unico metodo che consente di sanare ferite anche gravi, recuperare ogni persona e rimetterla al servizio del bene comune. Il che puntualmente avvenne in Italia creando le condizioni per il grande sviluppo degli anni successivi.

Quanto più l’avvenimento cristiano sfuma nella cultura contemporanea, tanto più vengono messi in pericolo la convivenza civile e la stessa democrazia che diventano condizionate dalle mode e dalle manie di chi ha il potere e il denaro per influenzare i popoli.

Ancora scrive Brambilla: «Ci sono film e perfino cartoni animati di decenni e decenni fa che ora sono banditi perché ci si vuol vedere qualcosa di inaccettabile per la sensibilità di oggi; ci sono attori che vengono addirittura cancellati dalle pellicole perché nel frattempo si sono resi colpevoli di qualcosa, anche se il film in cui avevano recitato non c’entra nulla ed è un capolavoro».

Risale ormai a molti anni fa un intervento di Joseph Ratzinger che si rivela di una attualità sconcertante:«Per la sopravvivenza della democrazia pluralista, cioè per la sopravvivenza e lo sviluppo di una misura di giustizia proporzionata alle possibilità dell’uomo, è urgente imparare di nuovo il coraggio della imperfezione e il riconoscimento della costante minaccia a cui sono sottoposte le cose umane. Sono morali solo quei programmi che risvegliano questo coraggio. Viceversa è immorale quell’apparente moralismo che si ritiene soddisfatto solo con ciò che è perfetto.

Qui è necessario un esame di coscienza anche riguardo alla predicazione ecclesiastica o para-ecclesiastica, le cui eccessive esigenze e speranze favoriscono la fuga dal piano morale a quello utopico».

Da trent’anni il nostro Paese è ferito dal succedersi di moralismi di varia origine che di volta in volta si sono proposti di rifondare lo Stato, creare nuovi umanesimi, abolire la povertà (e magari anche la giustizia) in nome di una autoproclamata purità di intenti e per i quali ben si attaglia la battuta attribuita al socialista Pietro Nenni:«A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura».

La morale (questa sì) di quella che purtroppo non è una favola, è che lo svanire di una presenza significativa del cristianesimo nella vita sociale la lascia quest’ultima in balia del potere e delle mode e le persone sempre più sole e smarrite nelle difficoltà.

 

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