Sondrio, 23 aprile 2020   |  
Opinioni   |  Cronaca

Le mascherine? Ci sono, ma "made in Cina"

di Alberto Comuzzi

Una lettera giunta in redazione ci ha fatto scoprire che sono introvabili i dispositivi di sicurezza prodotti in Italia e il lettore che l'ha inviata se e ce ne chiede la ragione.

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Un signore che si firma F.C. ci scrive: «Ho cercato per mare e per terra mascherine protettive e finalmente in un supermercato che non cito per non fare propaganda sono riuscito ad acquistarne una busta con cinque pezzi al costo di 4 euro, che cortesemente mi ha offerto la cassiera al termine della mia spesa.

A casa ho controllato e mi sono accorto che si tratta di mascherine provenienti dalla Cina. Ma come, i cinesi prima diffondono la pandemia e poi lucrano vendendoci le loro mascherine! Ma le mascherine prodotte in Italia dove sono? Non è che qualcuno al governo sta facendo affari con la Cina e ci propina mascherine "made in Cina" al posto di quelle di nostra produzione?

E i leghisti e i loro cugini di Fratelli d'Italia che sbraitano prima gli italiani dove sono? Un popolo, noi italiani, di cornuti e mazziati».

Non sappiamo dove viva il signor F.C., ma confermiamo che noi stessi, in un grande supermercato in provincia di Varese, abbiamo acquistato una confezione di mascherine, probabilmente simili a quelle da lui stesso comprate e, in effetti, controllandole, ci siamo resi conto che provengono dalla Cina.

Che dire, gentile lettore? Siamo stupiti come lei. Forse l'unica spiegazione potrebbe essere che le mascherine prodotte in Italia sono meno concorrenziali nel prezzo di quelle "made in Cina" (ammesso che sotto il profilo della qualità abbaiano le stesse caratteristiche).

In questo caso però davvero dobbiamo farci un esame di coscienza e chiederci se, dopo tutto quello che è accaduto, possiamo ancora andare avanti come se nulla fosse accaduto. Andiamo avanti ad alimentare il business della Cina e continuiamo a perdere posti di lavoro.

Produrre in Cina costa meno perché il lavoratore cinese non gode di quelle tutele e diritti di cui godono i lavoratori nei Paesi occidentali. Quindi perseverando nell'acquistare prodotti cinesi, non solo ci rendiamo complici dello sfruttamento di tante persone, ma impediamo alla nostra economia di prosperare bloccando la nascita di nostre aziende che potrebbero tranquillamente – e forse meglio – produrre quei beni che importiamo dalla Cina.

Sarebbe anche ora di stigmatizzare il comportamento di quegli imprenditori che hanno localizzato le loro imprese all'estero (sempre per risparmiare sul costo del lavoro), ma che guadagnano vendendo i loro prodotti in Italia.

Allo stesso modo vanno tirate le orecchie a quei ministri che non s'impongono pretendendo che Paesi come Olanda e Lussemburgo continuino a lucrare spudoratamente alle spalle di tanti cittadini europei attraverso la semplice concessione di agevolazioni fiscali.

Eh no, cari signori, è ora di finirla con i paradisi fiscali grazie ai quali i profitti si fanno in Italia, ma le tasse si pagano altrove.

Gentile lettore, qui oltre alle mascherine importate dalla Cina, c'è il problema ben più vasto che è quello di rivedere un po' tutto il sistema, dentro e fuori i confini nazionali, con buona pace dei tre gatti di "Più Europa". Ne riparleremo.

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