Sondrio , 19 gennaio 2017   |  

Migranti a Grosio: c'è chi ne auspica l'arrivo e chi ne è preoccupato

Agli oltre mille grosini che hanno firmato una petizione in cui si manifesta apprensione per il possibile arrivo di “migranti economici” replica l'autore di un articolo apparso sul n. 2/2017 del Settimanale della Diocesi di Como.

Gentile direttore,

chiamato in causa da un vostro anonimo lettore, mi sento in dovere di rispondere alle critiche che mi sono state mosse con alcune precisazioni riguardo l’articolo a mia firma apparso sul n. 2/2017 del Settimanale della Diocesi di Como circa il comitato sorto a Grosio.

Per questioni di spazio il mio testo ha toccato ovviamente solo alcuni punti della questione e forse in maniera provocatoria, ma credo sia servito a dar voce a quei grosini contrari all’azione del comitato, le cui voci sono però state coperte da chi urla di più, sperando che poi “la vacca sia sua”. Per fortuna, come ha riconosciuto l’anonimo lettore, la decisione spetterà al Prefetto. Che nel caso di quello di Sondrio è uomo saggio e lungimirante.

L’anonimo lettore cerca di mettere in contrasto la posizione emergente dal mio articolo e quella espressa dal mio direttore, monsignor Angelo Riva, nel suo editoriale pubblicato sul medesimo giornale. Niente di più lontano dalla verità. Perché chiedere che, dopo gli sbarchi, ci siano opportune verifiche in ordine all’accoglienza sul territorio nazionale è dimensione lontana, quasi remota, rispetto al non voler accogliere dei richiedenti asilo in una provincia periferica. Per farla breve: chi arriverebbe a Grosio sarebbe già stato sottoposto a identificazione e verifica. Non accade che, immediatamente dopo uno sbarco a Lampedusa o in Sicilia, qualcuno venga nel breve periodo trasferito in Alta Valtellina.

Qualora a Grosio fossero accolti dei migranti, credo che chiunque condivida l’opportunità e la necessità di conoscere e far rispettare la convenzione che ne regoli il soggiorno in una specifica struttura. Rispetto a questo – ben lontani dai richiami ai titoloni dei quotidiani nazionali fatti da lei, direttore – in provincia di Sondrio abbiamo degli esempi virtuosi. Ci sono strutture, soprattutto parrocchiali, ma non solo, in cui la Caritas svolge un lavoro egregio. Lo stesso fanno alcune cooperative sociali presenti sul territorio e in alcuni casi anche degli albergatori scrupolosi che non si accontentano di lucrare sui contributi che ricevono per l’accoglienza, ma scelgono di rendere dei servizi. Quali? Anzitutto un vitto e un alloggio dignitosi, poi corsi di lingua italiana, attività di integrazione con la comunità locale e lavori socialmente utili da svolgere in favore della stessa. Il tutto per rendere le persone accolte sempre più autonome e fare in modo che, se viene loro riconosciuto il diritto all’accoglienza permanente, possano inserirsi nel mondo del lavoro ed essere autosufficienti. E questo deve valere sia per chi scappa da una guerra o da una situazione di persecuzione, ma anche per chi fugge dalla fame o in cerca di un futuro migliore. La fratellanza universale, concetto ben noto a chi si professa cristiano, non può essere solo utopia. Ma si incarna nelle scelte che si compiono rispetto a questi temi. Quindi, cosa significa definire dei migranti come “economici”? Vuol dire che il sistema dell’accoglienza potrebbe essere differente e fatto meglio? A livello nazionale certamente. A livello europeo pure. Ma non si può negare il diritto a migrare. Lo slogan “Aiutiamoli a casa loro” non funziona. Perché se uno scappa da casa sua, lasciando famiglia e affetti, significa che cerca un futuro migliore. E ha diritto di poterselo conquistare.

Il gruppo editoriale del vostro giornale afferma nella gerenza di ispirarsi «ai valori della dottrina sociale cristiana», quindi credo prestiate attenzione agli interventi di papa Francesco che, dieci giorni fa, incontrando il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, riprendendo un pensiero di San Giovanni XXIII espresso nell’enciclica “Pacem in terris”, ha affermato: «Occorre un impegno comune nei confronti di migranti, profughi e rifugiati, che consenta di dare loro un’accoglienza dignitosa. Ciò implica saper coniugare il diritto di “ogni essere umano […] di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse”, e nello stesso tempo garantire la possibilità di un’integrazione dei migranti nei tessuti sociali in cui si inseriscono, senza che questi sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».

Forse è l’ultima parte del pensiero espresso dal Santo Padre a preoccupare i grosini. E questo è legittimo. Non si vuole veder sovvertite le proprie tradizioni e la tranquillità di un paese di cui si è innamorati, perché luogo delle proprie origini. Ma questo è possibile con un’accoglienza seria e ben organizzata. Non negandola. Soprattutto se come motivazioni si adducono espressioni razziste e xenofobe. Nei dibattiti Facebook legati al comitato contro l’accoglienza i migranti sono stati definiti da qualcuno “brudeghisia”. Termine che nel mio dialetto sondrasco non esiste, ma ne si può facilmente intuire il significato. Altri hanno paragonato i migranti alle erbe infestanti che rovinano le colture nei nostri prati.

Insomma, io non mi sono affatto voluto esprimere a favore di un’accoglienza incondizionata, ma a favore del diritto a migrare. Non ho detto che l’ordine, i costumi e le tradizioni di Grosio devono essere sovvertite, ma che il paese possa essere accogliente, superando la paura dello straniero e del diverso. E per questo ho usato l’esempio dei frontalieri. Io stesso ho sperimentato l’esperienza del lavoro in Svizzera e conosco l’impegno e i sacrifici dei grosini. Questi sanno certamente bene cosa voglia dire sentirsi stranieri, anche se si ha un contratto di lavoro e si hanno i documenti in regola. Quante volte, nella vicina Valposchiavo o in Engadina, gli italiani vengono definiti “valèt” o “cìncali”? Non posso credere che chi ha provato il sentirsi straniero sulla propria pelle voglia far patire la stessa pena a un altro essere umano.
Tutto qui. Nessuna perfidia, che mi è stata attribuita e nessuna retorica. E, nel caso dell’accoglienza fatta bene nella nostra provincia, nessuna speculazione economica. Nel merito della politica non entro. Spero che, anche a Grosio, i migranti non siano una bandiera, che una parte politica sventola, mentre quella avversaria cerca di ammainare. Il comitato non è certo apolitico, visto chi lo rappresenta. E quella parte politica troppo spesso si fa latrice della difesa dei valori tradizionali e cristiani, omettendo poi ciò che nella pratica questo significa.
Cordialmente
Alberto Gianoli

P.S.: mi scuso per la lungaggine. All’anonimo lettore basti il ricordo di San Martino di Tours – che lui dovrebbe ben conoscere –, disposto a tagliare in due il suo mantello pur di aiutare un mendicante, un migrante “economico” di altri tempi.

Gentile Alberto Gianoli, ad evitare fraintendimenti o illazioni, chiariamo subito che Valtellinanews non divulga lettere di anonimi. L'autore del testo da noi pubblicato e per il quale lei ha chiesto diritto di replica è noto oltre che al sottoscritto ad altri membri della redazione.

Si tratta di persona che dei temi d'emigrazione ha cognizione di causa. Per la sua notorietà abbiamo chiesto noi di non esporsi (le prese di posizione dell'uomo della strada lasciano il tempo che trovano, ma quelle di persone autorevoli incidono) per evitare polemiche e di rendere la discussione ancora più rovente su un tema che comunque lo si affronti lascia la società italiana profondamente divisa.

Avrà notato che il suo testo, come quello della “lettera firmata”, appaiono nell'area “opinioni” del nostro giornale. Ecco, da qualche anno, in Italia, sul tema delle immigrazioni girano tante opinioni e, purtroppo, pochi fatti.

Affermare che il cristiano debba essere aperto all'accoglienza è facile, creare i presupposti perché tale accoglienza si realizzi è un pochino più difficile.

Caro Gianoli, facciamoci pure carico di due milioni di Africani giunti nel Vecchio Continente per migliorare la loro esistenza; ma che facciamo dell'altro miliardo e duecento milioni che ancora non s'è mosso da casa, pur vivendo spesso in totale indigenza ? Ce li portiamo tutti in Europa?

È più cristiano aiutare una persona a crescere dove è nata o soccorrerla perché non perisca in un contesto a lei estraneo?

Potremmo discutere per mesi sul modo di concepire le opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti), sovente richiamate da papa Francesco; e, alla fine, alcuni rimarrebbero di un'opinione e altri di un'altra. Proprio come lei e l'estensore della lettera firmata. Cordialmente. Alberto Comuzzi

 

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