Sondrio, 02 novembre 2019   |  

Oggi è la mia festa

di Gabriella Stucchi

“Un vero dono per intuire la bellezza e la grandezza della vita di Benedetta”

Oggi e la mia festa

Nella Prefazione l’autrice Carmela Gaini Rebora spiega l’origine del libro, che propone la vita di Benedetta Bianchi Porro (morta il 23 gennaio 1964 a soli 27 anni), attraverso le parole della sua mamma e del suo diario di bambina.

Benedetta, nata l’8 agosto 1936 a Dovadola in provincia di Forlì, a pochi mesi di vita era stata colpita dalla poliomelite, per cui aveva una gambina più corta ed era costretta ad indossare una scarpa ortopedica con il gambaletto, assai fastidiosa, che non le impediva però di correre e saltare insieme ai fratelli. Era una bambina sveglia e avendo già imparato a scrivere, frequentò direttamente la seconda elementare. A cinque anni iniziò a scrivere su un quaderno i fatti della giornata: questo divenne il suo “diario”.

Si scorrono così le pagine (lette dalla madre all’autrice) e si rilevano i valori intimi di Benedetta, che emergono dalla vita quotidiana. In primo luogo la “meraviglia” per la natura, per la bellezza del cielo; lo sguardo ammirato per le piante, i fiori e il profumo che emanano. Dalla vita dei fiori che nascono, maturano, si sfogliano e infine muoiono, deduce il cammino dell’uomo nelle sue varie fasi. Ma su tutto prevale la gioia, perché al ritorno della primavera la vita riprende!

La stessa sensibilità avverte nei confronti degli animali della campagna (piange per un passerottino che ha perso la mamma!) e si interessa del bestiame della stalla.

Il periodo della guerra è vissuto da Benedetta con consapevolezza: si rattrista per i bombardamenti che distruggono le città e uccidono tante persone e insieme prova pietà per i soldati tedeschi che combattono in terra straniera.

Studia, gioca, gioisce e scherza con i fratelli, senza provare mai invidia per il fatto di non poter danzare come la sorella Manuela.

Il trasferimento di Benedetta a Brescia per frequentare la prima media segna un momento di nostalgia per la lontananza dei suoi cari e soprattutto della mamma, per cui l’anno seguente viene riportata a Forlì. L’indebolimento fisico si aggrava: oltre alla gamba, duole anche la schiena e Benedetta deve mettere un busto ortopedico, che quasi le leva il fiato. Ma scrive: “...Nella vita voglio essere come gli altri, forse più”.

In estate la famiglia si trasferisce a Sirmione, in una bella casa piena di sole. Benedetta si iscrive alla prima liceo classico di Desenzano, dove ottiene ottimi risultati, sempre con un atteggiamento di umiltà nei confronti dei meno dotati.
Da questo momento nasce il cammino spirituale di Benedetta, che in un tema scrive che le grandi anime, colpite dalla contemplazione del mistero dell’universo, avvertono l’idea di un Dio...Ma nel frattempo a Benedetta si manifestano i primi sintomi di sordità, che supera scrivendo: “Ogni gioia è dolore, ogni dolore è gioia”.

Si scrive alla Facoltà di Medicina dell’Università di Milano con questo intento: “Voglio vivere e lottare per tutti gli uomini”. Purtroppo la sordità diventa quasi totale, è accompagnata alle lezioni dall’amica Anna, subisce anche umiliazioni, ma non nutre mai risentimenti. Impara l’alfabeto muto, insieme ai familiari, per non essere isolata. Si aggiungono il diminuire della vista e l’accentuarsi del dolore alla gamba. Iniziano gli interventi chirurgici anche alla testa; Benedetta sa che la malattia è incurabile, ma la accetta con tranquillità, nonostante metà della faccia sia paralizzata, e, appena ristabilita dopo un intervento, continua a frequentare l’Università.

Arriva il momento in cui Benedetta è costretta a rimanere chiusa in camera, a muoversi a fatica con il bastone dal letto alla poltrona, con acuti dolori. Segue attraverso i giornali le vicende politiche, commentando con le amiche Maria Grazia, Nicoletta e Anna le notizie più interessanti. La situazione peggiora ulteriormente: Benedetta è completamente cieca, sorda, immobile in un letto; perde anche il gusto e l’odorato e le sono asportati tutti i denti a causa di ascessi dentari.

Il pellegrinaggio a Lourdes è sempre stato un sogno per Benedetta e riesce a realizzarlo con il treno dell’UNITALSI. Partecipa in profondo raccoglimento a tutte le cerimonie; nella preghiera esprime il desiderio di farsi suora e dimostra una particolare attenzione verso Maria, una ragazza a lei vicina e paralizzata da due anni, accanto alla madre inferma. Alla partenza Maria piange disperata per non aver ricevuto la guarigione. Benedetta tende le mani e le due ragazze pregano insieme. A un tratto Maria si alza di scatto dalla barella e grida di gioia, perché riesce a stare in piedi. Si avvicina a Benedetta, ma non riesce a parlarle per il grande trambusto che si era creato. Dal volto di Benedetta emana una luce radiosa, una felicità soprannaturale: era avvenuto un miracolo per la ragazza sconfortata!

Il pellegrinaggio a Lourdes si rinnova nel 1963 con il treno dell’OFTAL e all’amica Franci scrive: “A Lourdes vado ad attingere forza dalla Mamma celeste”. Si commuove sempre per le sofferenze degli altri ed è dispiaciuta di non poter esprimere parole di conforto. Ha l’occasione di conoscere sacerdoti con cui poi intrattiene un rapporto epistolare. A padre Gabriele Casari quindici giorni prima di morire esprime l’abbandono in Dio “Padre che ci aiuta e ci ama più di noi stessi...”. Il 23 gennaio alle 10.40 Benedetta sale al cielo.

Parole toccanti, che fanno riflettere sul valore della vita, che è dono anche quando fa soffrire, se è accolta con fede e amore verso tutti, e tutto il bene e il bello che ci circonda.

Carmela Gaini Rebora “Oggi è la mia festa” EDB – euro 14.00

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