Sondrio, 04 agosto 2018   |  
Cronaca   |  Salute

Punto nascita a Chiavenna: chiusura irreversibile?

di Gianfranco Cucchi

Se si escludono quelli complicati che dovrebbero essere convogliati negli ospedali più attrezzati, la maggiore parte dei parti potrebbero avvenire anche in piccoli nosocomi agevolando così la vita a tante donne e ai loro famigliari.

haksala parto

Sala parto di un moderno ospedale

La recente decisione della Regione Lombardia di chiudere il Punto Nascita dell’ospedale pubblico di Chiavenna a favore di quello privato-accreditato-convenzionato di Gravedona pone alcune domande.

La scelta è stata motivata dopo l’analisi dell’ATS della Montagna sui requisiti tecnico-professionali: era una battaglia persa in partenza, Davide contro Golia. Infatti nell’ospedale dell’Alto Lario vi è un equipe strutturata di Ostetricia-Ginecologia, con responsabile un ex primario dell’Ospedale di Sondrio e quella di Pediatria un responsabile già dirigente medico di Sondrio con alcuni pediatri e ginecologi, provenienti da quest’ospedale. Per quale motivo la struttura di Chiavenna non presentava le stesse qualità di professionisti?

Il tutto nasce dal fatto che i punti nascita al di sotto di 500 parti all’anno dovrebbero essere chiusi secondo una direttiva governativa, salvo deroghe.

Il tema degli standard assistenziali ha le sue basi scientifiche ed è stato sancito con il decreto 2 Aprile 2015 n. 70 “Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all'assistenza ospedaliera. (15G00084) (GU Serie Generale n.127 del 04-06-2015) con entrata in vigore del provvedimento il 19.06.2015.

In questa legge dello Stato italiano si legge ad esempio che i bacini di utenza minimi per le dotazioni di neurochirugia dovrebbero essere di 600.000 abitanti e i laboratori di emodinamica di 300.000 abitanti: nell' Asst di Valtellina e Valchiavenna questo standard è abbassato a una struttura pubblica ed una convenzionata privata ogni 125 mila abitanti. Inoltre viene prevista una cardiochirugia ogni minimo 600 mila abitanti, ma in Lombardia ve ne sono una ogni 400mila.

Per quale motivo la R.L non provvede alle strutture in esubero ? Inoltre lo stesso decreto prevede una struttura di Chirurgia generale idonea quando opera almeno 150 casi della mammella; vale la stessa domanda. Il criterio ispiratore di questi standards è la sicurezza degli ammalati perché si presume che nelle unità con maggiori volumi vi siano meno complicanze e migliori esiti. Questo vale certamente per gli interventi ad alta specializzazione (coronarografia e angioplastica) ma partorire è nella maggiore parte dei casi, tranne quelli complicati che dovrebbero essere centralizzati, un intervento di questo tipo?

Inoltre come recita il decreto: “La variabilità dei bacini di utenza tiene conto dei tempi di percorrenza dei cittadini, calcolata anche con la metodologia di analisi e di rappresentazione grafica (c.d. georeferenziazione) e quindi, le regioni dovranno utilizzare i bacini minimi in presenza di territori a bassa densità abitativa e quelli massimi in caso opposto”. Certamente il territorio montano come il nostro può prevedere delle deroghe.

Se diamo uno squardo alla vicina Svizzera scopriamo che l’Ospedale di Poschiavo come recita il sito dedicato: «accoglie una quarantina di partorienti all'anno che sono seguite nella gravidanza da cinque levatrici che si prodigano per rendere alle mamme un soggiorno gradevole in un ambiente familiare.

Le ostetriche, in collaborazione con i medici accreditati e il ginecologo, offrono alle gravide una consulenza personalizzata e completa accompagnandole nella gestazione, durante il parto, il puerperio e l'allattamento» mentre il Centro ospedaliero di Samaden in Engadina arriva a 60 parti all’anno. Forse che gli Svizzeri non vogliano fare partorire le mamme in sicurezza ? Penso proprio di no. Ci rimane il referendum popolare.

 

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