Lecco, 09 maggio 2017   |  
Opinioni   |  Politica

Qualche nota dopo l’elezione di Macron in Francia

Ben 12 milioni di francesi, al secondo turno, si sono astenuti. Se si aggiungo i 4 milioni di schede bianche o nulle si arriva a un totale di 16,1 milioni di elettori che non si sono espressi e che rappresentano il 34% del

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Emmanuel Macron, neo presidente della Francia

Prima che la domenica elettorale finisse, i francesi hanno potuto acclamare il loro nuovo Presidente. Il fatto crea invidia in molti commentatori dei nostri media perché hanno eretto la stabilità e l’efficienza a valori politici assoluti, superiori a qualunque altro e per far questo hanno costruito negli anni la demonizzazione della cosiddetta “prima repubblica” italiana a causa dei molti governi che aveva prodotto. Dimenticando che quel sistema aveva portato l’Italia ad un benessere e ad uno sviluppo invidiabile e oggi del tutto assente.

Il risultato francese merita tuttavia qualche approfondimento numerico utile per le valutazioni successive. Riconosciuta ovviamente la legittimità del risultato di Macron (che è il secondo più ampio, con il suo 66,1% di voti mentre il primo fu quello di Chirac (82,21%) contro il padre Le Pen) è utile andare più a fondo nella lettura dei numeri.

Intanto occorre notare che in Francia, al secondo turno, vengono conteggiati solo i voti dei due concorrenti, non le schede bianche o nulle. I dati forniti dal sito di Le Monde parlano di poco più di 4 milioni di votanti che si sono recati ai seggi e non hanno votato né per l’uno né per l’altra candidatura, annullando o lasciando in bianco la scheda. Questi elettori rappresentano l’11,5% dei votanti. Negli scrutini del passato tale percentuale oscillava tra il 4 e il 6%.

Se a questi si sommano i 12 milioni di francesi che, al secondo turno, si sono astenuti, si arriva a un totale di 16,1 milioni di elettori che non si sono espressi e che rappresentano il 34% del totale. Un “partito” che ha raccolto più voti di quelli di ciascuno dei quattro principali candidati del primo turno.
I voti presi da Macron rappresentano quindi il 43% del totale degli elettori mentre quelli di Marine poco più del 22%, anche se il suo partito ottiene il risultato più ampio della sua storia con 10,6 milioni di voti.

Che cosa ci dicono questi numeri? Al di là di alcuni aspetti poco chiari e di cui forse si capirà di più in futuro (come sia stato possibile in poco tempo che un ministro di uno dei governi meno stimati della Quinta Repubblica abbia potuto far convergere sulla sua candidatura l’intero sistema mediatico francese oltre che i mondi economico-finanziari da cui proviene e quanto strumentale e pilotato sia stato l’improvviso attacco al candidato gollista Fillon), resta il fatto che la Francia appare profondamente divisa al suo interno come si è visto con il primo turno in cui i candidati anti sistema (Marine, Melenchon e altri minori) hanno superato il 50% dei votanti; con una differenza significativa tra le città (prevalenza Macron) e la grande campagna agricola francese (prevalenza Le Pen), tra i ceti popolari e la borghesia parigina.

Il punto critico principale, tuttavia, è dato dal fatto che i sistemi elettorali in vigore in Francia privano di rappresentanza istituzionale anche forze che hanno grande presa popolare. Lo si è visto bene alle regionali del 2015 in cui alla grande avanzata dei consensi al Front National non ha corrisposto alcun governo regionale.
E’ questa un’anomalia che può essere accettata in una condizione culturalmente omogenea del paese o in caso di grande pericolo per la stessa Repubblica (come fu all’avvento del generale de Gaulle) ma che si presenta piena di incognite nell’attuale frammentata situazione. La prova è data dalla prima manifestazione contro Macron in messa in campo dall’estrema sinistra subito dopo l’elezione del presidente.

In anni difficili il sistema parlamentare italiano poté assorbire molte tensioni grazie alla possibilità di avere in Parlamento anche la rappresentanza di frange contestatrici del sistema, proteggendo la democrazia messa in discussione dai terribili anni di piombo.

Serve, non solo in Italia o in Francia, una democrazia inclusiva, capace di rispettare le diverse realtà culturali e religiose presenti e vive tra le popolazioni. Il richiamo di Macron all’Illuminismo non è di buon auspicio in questa direzione perché quella stagione – che pure ha portato anche importanti acquisizioni e sviluppi – è anche all’origine di uno statalismo che si vuole origine e fine di ogni libertà personale e che ha potuto degenerare nei totalitarismi del secolo scorso.

Il tema della laicité come regola di privatizzazione delle fedi religiose nel contesto pubblico rischia di non essere più all’altezza di governare un popolo in cui la presenza delle religioni, segnatamente di quella islamica, non può più essere trascurata.

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