Samolaco, 11 dicembre 2017   |  
Società   |  Economia

Quando la bontà del formaggio è garantita da due giovani di Samolaco

di Alberto Comuzzi

“Barelli Gabriele”, è un'azienda agricola della Valchiavenna condotta da due fratelli che guardano al futuro tenedo però ben solide quelle radici etiche, culturali e professionali del passato, che sono la garanzia di sicuro successo.

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L'appuntamento è per l'ora di pranzo all'agriturismo “Pra l'Ottavi” in Gordona. Pur pallido, il sole favorisce un clima mite e i suoi raggi, luminosi e sottili, filtrando attraverso le poche nuvole in cielo, esaltano i colori autunnali in una vasta area della Valchiavenna. Stefano Barelli, 24 anni, una laurea in Agraria all'Università Statale di Milano come il fratello Gabriele, maggiore di 6 anni, ci accoglie con un sorriso che illumina il volto dai lineamenti perfetti. Dalla stretta di mano si comprende il carattere deciso della persona.

A brucia pelo – prima ancora di esserci seduti nell'accogliente sala da pranzo che il titolare dell'agriturismo, Carlo Ratti, ci ha fatto preparare allestendo una tavola imbandita con eccellenti prodotti dell'enogastronomia valtellinese – gli chiediamo come mai un ragazzo di 24 anni sceglie di lanciarsi in un'azienda agricola, con tutti i sacrifici che questa comporta.

«Sto semplicemente accarezzando un sogno che coltivo, con mio fratello maggiore, fin da quando eravamo bambini», risponde pacato, quasi si aspettasse la domanda. «Vengo da una famiglia che, originaria di Samolaco, ha radici antiche in questa terra valchiavennasca; una terra in cui l'agricoltura e, in particolare, il settore zootecnico hanno tradizioni consolidate. A parte la volontà, mia e di mio fratello, di lavorare in un'azienda agricola, ci sono i preziosi consigli di mio papà che ha maturato una grande esperienza nella sua lunga carriera di veterinario».

Sì, ma occorre una determinazione, oggi non facile da riscontrare in tanti giovani – gli facciamo notare – per decidere di dedicare la vita a curare una stalla; perché è da lì che si deve partire per costruire un'autentica azienda agricola, o no?

«Certo, il nostro patrimonio sono le mucche da latte, ne abbiamo dodici che ogni anno partoriscono sette/otto vitelli e che, in effetti, sono anche fonte di tanto impegno», ammette Stefano. «Però, vede», aggiunge quasi volesse giustificare la sua scelta, «prendersi cura dei nostri animali, curarli e nutrirli nel modo adeguato, senza sfruttarli, dà una gioia grande, che fa passare in secondo piano la fatica. Non è un vezzo, per me e per mio fratello, preoccuparci del foraggio con cui si alimentano le nostre mucche e poiché noi crediamo fermamente nella produzione e consumo a “chilometro zero”, i pascoli delle nostre mucche sono tutti nell'area di Samolaco, come gli alpeggi estivi che noi stessi frequentiamo e nei quali sostiamo affittando una baita».

È interessante la filosofia di lavoro di Stefano e Gabriele che, confidano entrambi, si discosta non poco da alcuni insegnamenti teorici ricevuti in Università. Là a prevalere è la mentalità di un'agricoltura industriale dove terra e bestiame devono essere trattati per massimizzare il profitto con il minimo sforzo.

I fratelli Barelli, invece, seguendo anche le istruzioni paterne («il valore di una stalla è dato dalla vendita e non dall'acquisto dei capi», come dire: se comprano i miei animali significa che sono ben tenuti e valgono, mentre se devo acquistarli significa che non sono grado di crescere i miei) puntano decisamente sulla qualità e sulla filiera completa. Buon foraggio, buona crescita delle mucche, buona produzione di latte e conseguente ottima qualità di formaggi.

Ecco, i formaggi. La ditta Gabriele Barelli (nominalmente intestata al fratello maggiore, che prima di avviarla ha lavorato in alcune aziende locali e ha girato l'Italia intera come giudice punteggiatore delle vacche di razza Bruna) produce circa 100 tonnellate di latte all'anno, che si traducono in circa 12 tonnellate di formaggi.

Con un'intelligente e saggia divisione di compiti, mentre Gabriele accudisce alla stalla e ad un paio di cavalli (l'equitazione è uno dei pochi svaghi che i fratelli Barelli si concedono, oltre alla settimana, l'unica, all'anno, di vacanza), Stefano produce e commercializza i formaggi.

«Non ci siamo lanciati ancora nella realizzazione del Bitto e del Casera», spiega Stefano, «perché, per ora, puntiamo sul formaggio latteria, il cosiddetto “classico della Valtellina” e naturalmente su burro, Scimudin, primo sale, oltre ai formaggi tipici di alpeggio, Lago azzurro, formaggelle e caprino, senza dimenticare la ricotta». Della bontà di quest'ultima diamo atto a Stefano, grazie a Carlo Ratti che ha avuto la cortesia di mettercene un assaggio in tavola.

«Più del 50 per cento della nostra produzione», continua Stefano, «è venduto in loco. Nostri clienti sono Moiola a Campodolcino, Madesimo e Chiavenna; Gusmeroli a Mese, Villa di Chiavenna e Chiavenna; Masolini a Prata Camportaccio; Vener a Samolaco; MA! Officina gastronomica a Madesimo oltre ad agriturismi come questo in cui ci troviamo, condotto da un amico che condivide il nostro modo di conservare e sviluppare l'agricoltura».

La clientela della ditta Barelli tiene molto, oltre che alla qualità, alla freschezza dei prodotti. «Così nel caseificio lavoro sette giorni su sette», è sempre Stefano che parla, «tenendo qualche ora a disposizione per consegnare i formaggi e per raccogliere i vari ordini». L'entusiasmo e l'energia giovanili non spiegano a sufficienza la scelta risoluta di Stefano e Gabriele i quali, riconoscenti, ammettono che senza l'aiuto dei genitori, mai sarebbero stati in grado di perseguire il loro sogno di costruirsi un'azienda agricola.

Dalle parole di questi giovanissimi imprenditori si percepisce il ruolo fondamentale svolto da una famiglia unita e salda nella fede; una famiglia di tre figli maschi – oltre a Stefano e Gabriele c'è anche Luca, laureando in Medicina – cresciuti nei valori perenni del sacrificio, del senso del dovere e della stima per il lavoro, considerato come un bene e non solo come una fatica.

Chissà se Padoa Schioppa, Elsa Fornero e Giuliano Poletti si sentirebbero di annoverare anche i fratelli Barelli tra i bamboccioni, i choosy e gli sfigati?

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