Sondrio, 09 ottobre 2017   |  
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Referendum: un forte “sì” per rinnovare l'Italia

di Alberto Comuzzi

Chi si schiera per il “no” o per non andare al seggio si ritiene soddisfatto e felice di vivere in uno Stato centralista di stampo ottocentesco.

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Domenica 22 Ottobre Lombardi e Veneti saranno chiamati alle urne per votare un referendum consultivo promosso dai rispettivi presidenti regionali, Roberto Maroni e Luca Zaia.

Il quesito su cui sono chiamati ad esprimersi i Lombardi è il seguente: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”

In pratica Maroni si appella ai propri cittadini, confidando in una forte maggioranza di “Si”, per poter successivamente chiedere al Governo ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti «le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 e le materie indicate dal secondo comma del medesimo articolo alle lettere l), limitatamente all’organizzazione della giustizia di pace, n) norme generali sull'istruzione e s), tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali», in virtù del fatto che queste «possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 119».

Va subito precisato che, qualora prevalessero i “si”, il referendum consultivo del 22 Ottobre non avrà effetti giuridici, cioè non produrrà automaticamente un trasferimento in Lombardia delle competenze richieste allo Stato.

Stando così le cose, alcuni hanno già sentenziato che il voto del 22 Ottobre è solo una perdita di tempo e di denaro. Sbagliato. Il referendum promosso da Maroni (e da Zaia in Veneto) è un'atto di grande rilevanza politica che può aprire, nel rispetto dei più rigorosi principi democratici, uno scenario di rilancio, non delle due regioni più produttive del Paese, ma dell'Italia intera.

Una volta tanto le posizioni sono nette: chi vota “no”, o invita a disertare l'urna per tenere il più basso possibile la percentuale dei votanti in modo da rendere poco rappresentativo il referendum, si schiera per mantenere lo status quo; cioè è favorevole a mantenere così com'è uno Stato, come il nostro, centralista di stampo ottocentesco.

Chi vota “sì” è invece desideroso di rinnovare la macchina statuale – nell'alveo costituzionale, si badi bene – rendendola più snella e quindi meglio governabile.

In pratica Maroni e Zaia stanno chiedendo ai propri concittadini un ampio mandato per andare a trattare, a tempo debito, con il Governo e in quella sede ricordare ciò che è sotto gli occhi di tutti gli italiani intellettualmente onesti, aldilà della loro appartenenza politica: nonostante le risorse limitate Lombardia e Veneto forniscono servizi di elevata qualità e, in taluni casi, dirittura superiore a quella tanto declamata dei Paesi scandinavi.

La domanda che molti Lombardi si fanno è che ulteriore accelerata potrebbe dare la loro regione, la locomotiva d'Italia (ma il discorso vale anche per il Nord-Est), se una parte dei 54 miliardi di euro che annualmente versano nelle casse statali potesse essere destinata a investimenti produttivi nei propri territori. Il beneficio che ne trarrebbero sarebbe condiviso con molti altri cittadini che, in una regione perennemente votata allo sviluppo, potrebbero trovare quell'occupazione, cercata, ma mai avuta, nel luogo d'origine. 

Se il 22 Ottobre prevarranno i “sì”, sarà compiuto un primo timido passo verso quell'ammodernamento dello Stato di cui molti parlano, ma che pochi dell'establishment veramente vogliono.

Quanto ai discorsi che tendono ad assimilare il referendum consultivo alla richiesta d'indipendenza della Catalogna o a quelli che insinuano che Lombardi e Veneti sono egoisti divorati dal desiderio di non condividere il loro benessere con altri italiani, vanno sbrigativamente archiviati come “fake news”.

 

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