Milano, 03 dicembre 2017   |  
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Fabbrica del Vapore: gli anni della "ribellione" in mostra

di Paola Mormina

Dal 2 Dicembre al 4 Aprile 2018, presso la Fabbrica del Vapore di Milano si potrà fare un salto nel passato ripercorrendo gli anni tra il 1966 e il 1970, esplorando la “revolution” dal punto di vista storico, musicale, culturale e sociale

36. Revolution

John Lennon e Yoko Ono a letto nella Presidential Suite dell'Amsterdam Hilton Hotel, 25 marzo 1969 ©Bettmann

You say you want a revolution. Well, you know, we all want to change the word” (Dici di volere una rivoluzione. Beh, sai, tutti noi vogliamo cambiare il mondo). Queste parole tratte proprio da “Revolution” album dei Beatles datato 1968, meglio sintetizzano la mostra attualmente dislocata tra gli spazi immensi della Fabbrica del Vapore di Milano. Location perfetta per raccontare quel breve ma densissimo periodo tra il 1966 e il 1970, dove il tumultuoso susseguirsi degli eventi cambiarono per sempre le vite di una generazione intera e non solo. Quei 1826 giorni vengono magistralmente raccontati attraverso oltre 500 oggetti e testimonianze, con canzoni che hanno segnato la storia (a questo proposito il visitatore viene appositamente fornito all’ingresso di audio guida), abiti che hanno fatto tendenza e scandalo, film indimenticabili e personalità oramai leggendarie.

“Revolution” è però prima di tutto un’esposizione che vuole narrare una delle cose più astratte ma durature che esistano: un’idea. L’idea di rivoluzione appunto, che passa dalle gambe scoperte delle donne alla libertà sessuale, all’affermazione di un’uguaglianza che non si nega a nessuno, neppure a chi ha un colore della pelle diverso, sino alla musica che viene utilizzata come un grido, un monito per manifestare un dissenso sempre più collettivo e in costante ricerca di pari dignità, opportunità e rispetto. La mostra già approdata al Victoria and Albert Museum di Londra è promossa e coprodotta da Comune di Milano-Cultura, Fabbrica del Vapore e Avatar – Gruppo MondoMostreSkira, in collaborazione con il museo londinese. Curata proprio da Victoria Broackes e Geoffrey Marsh del Victoria and Albert Museum insieme a Fran Tomasi, promoter musicale italiano che per primo portò in Italia i Pink Floyd, Clara Tosi Pamphili, giornalista e storica della moda, e Alberto Tonti, critico musicale.

L’esposizione sposta virtualmente il suo focus su due città che furono il cardine nonché la genesi culturale durante quegli anni: Londra e la West Cost pacifista e libertaria di San Francisco. A collegarle fra loro un “ponte transatlantico” che, passando per New York, permetteva uno scambio di idee, sensibilità, suoni e immagini. E potrete davvero percorrere Carnaby Street durante quest’esperienza, addentrandovi anche nella famosa “Indica Gallery”, la galleria d’arte londinese dove per la prima volta s’incontrarono John Lennon e Yoko Ono, nel novembre del 1966. Una fedele ricostruzione dell’opera che tanto impressionò il leader dei Beatles riporta proprio a quel preciso momento, e il visitatore si sofferma a sua volta a contemplare con i suoi occhi quella scala aperta verso l’infinito, dove una lente d’ingrandimento attraverso la quale si legge soltanto la parola “yes” pende dal soffitto.

La libertà di quegli anni viene ribadita e rafforzata dalla psichedelia, laddove però il termine psichedelico assume una sua valenza culturale, scientifica e storica ben definita. E non si tratta soltanto di qualche grafica sgargiante, musica o abuso di sostanze psicoattive (LSD in particolare, con effetti decisamente devastanti) bensì di un vero e proprio momento di passaggio, che troverà un forte legame con quello che poi diventerà il movimento hippie. La mostra si suddivide in sette sezioni, la prima Swinging London, mostra a tutto tondo la città nel 1966, quando venne così nominata. Si trovano qui esposte copertine di riviste come il Time e Observer, poster con LP dei Beatles o Dylan, fotografie di Twiggy, modella e icona di stile, Rolling Stones, Beach Boys, e i costumi realizzati per musicisti come John Lennon e Mick Jagger. Vengono proiettati inoltre i film cult “Blow up” di Antonioni e “Alfie”.

Musica e contro-cultura indaga invece in maniera approfondita il fenomeno, soffermandosi in particolare sul concetto di “sperimentazione” e su tutto ciò che esalta lo spirito nel suo senso più specifico, designando l’effetto di espansione di coscienza prodotto anche dalle droghe allucinogene. Punta di diamante di questa sezione è il testo originale di “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles, scritto a mano. Power to all the people – Voci del dissenso raccoglie invece tutto quello che ha infiammato gli animi a partire dalle importanti rivolte del 1968, e che ha sancito cambiamenti radicali nel tessuto culturale passato e odierno. Esposti oggetti legati al mood politico ma soprattutto contro l’oppressione, contro la guerra, per la libertà sessuale, per un mondo più sano ed ecologico e contro il terribile massacro del Vietnam. Esposta anche la prima scatola di pillola anticoncezionale femminile, altra importantissima conquista di quegli anni.

Costumi e consumi si concentra invece sull’aspetto consumistico, sempre più in crescita, non solo in termine di vestiti ma anche di oggetti di design, mentre con The summer of love – Comuni e West Coast, si entra nel periodo più vivo animato dai movimenti hippie e dalle comuni che nascevano in quegli anni sempre più numerose, anche come protesta verso quella vita borghese e materialista della quale erano "figli". Ecologismo e rivoluzione digitale sono tra le eredità lasciate da questi movimenti, che davano ampio spazio ad una filosofia incentrata al ritorno delle origini e alla salvaguardia della terra, oltre che alla diffusione di discipline orientali, spirituali e pacifiste volte a diffondere una conoscenza basata sulla consapevolezza e sull’uguaglianza, cardini necessari per costruire un futuro migliore. Woodstock e la cultura dei festival c’introduce al gran finale, e in questa sessione è possibile trovare tutto ciò che è diventato simbolo di un’epoca che ha cambiato la storia. Woodstock riunì nell’agosto del 1969 quasi 500.000 giovani che per tre giorni celebrarono pace e amore a suon di musica, e troviamo qui esposti i bigliettini originali appesi ad un albero dai dispersi tra la folla con la speranza di ritrovarsi (non esistevano i cellulari), la lettera nella quale Paul McCartney annuncia lo scioglimento dei Beatles e le chitarre di Jimi Hendix.

Tutti pronti, quindi, per accedere all’ultima parte, dove Woodstock – Live experience vi attende. Sul maxi schermo circolare esposto all’interno della sala la chitarra di Jimi Hendrix suona The Star-Spangled Banner, inno degli Stati Uniti d’America e simbolo di protesta che si fece portavoce di tutti i giovani presenti. In quegli anni gli States erano impegnati in Vietnam in una delle guerre più atroci e sanguinose e il musicista icona del rock condusse quella marcia in un drammatico susseguirsi di esplosioni e lamenti riprodotti solamente dalla sua chitarra, imitando il fragore delle bombe che stavano sconvolgendo il paese asiatico diviso in due da una terribile guerra di resistenza. Con quella sua esibizione Hendrix sovvertì lo scopo di quel canto patriottico in modo violento, perentorio, destabilizzante, al pari di quegli stessi ordigni che distruggevano vite in Vietnam. L’atto più provocatorio mai conosciuto; non vi resta quindi che adagiarvi sulle poltrone per goderne pienamente.

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