Sondrio, 25 dicembre 2018   |  

Senza medici qualificati non si fa buona Sanità

di Gianfranco Cucchi

Quarant'anni fa il Parlamento varava due leggi (grazie anche a due democristiani come Andreotti e Anselmi) che avrebbero migliorato i servizi sanitari a beneficio dei cittadini.

andreotti anselmi 1

Giulio Andreotti e Tina Anselmi

In questo fine 2018 caratterizzato da un’elevata conflittualità politica fa piacere ricordare che quaranta anni fa il Parlamento Italiano all’unanimità dei partiti approvava due leggi che hanno fatto la storia per la tutela della salute dei cittadini.

Sotto la presidenza del Consiglio di Giulio Andreotti e la guida del ministro della Sanità Tina Anselmi vennero promulgate due grandi riforme sociali.
La prima è la legge 180 del 13 Maggio che innovò l’assistenza psichiatrica con il superamento dei manicomi e considerando la malattia mentale ed il disagio sociale in termini più umanistici e solidali.

La seconda istituì il servizio sanitario nazionale (S.S.N.) con la legge 833 del 23 Dicembre 1978 che pose fine al sistema delle mutue, fondando un sistema di tutela della salute universalistico. Un profondo cambiamento di prospettiva che mirava ad un modello di salute ispirato dai principi di solidarietà ed equità, finanziato dalla fiscalità generale e che ha consentito di ottenere nel tempo eccellenti risultati .

Le forze politiche cercavano di dare pieno attuazione all’art.32 della Costituzione italiana che recita testualmente: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce le cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Se si può affermare che la performance del S.S.N. fino ad alcuni anni fa sia stata buona oggi si deve constatare che è in atto un’involuzione dettata da due ordini di problemi: il ridimensionamento del sistema per logiche economicistiche e il cambiamento degli scenari sociali, demografici e del progresso scientifico.

Tra i primi limiti, tanto più gravi quanto più lesivi dei principi alla base della riforma sanitaria ne indichiamo tre. Le disuguaglianze tra le varie aree geografiche-territoriali non solo tra Nord e Sud ma anche all’interno delle regioni fra le vare province specificatamente per le aree montane, con differenti livelli di qualità, quantità e di costi pro-capite dei servizi erogati che configurano delle discriminazioni nel diritto alla salute nei cittadini delle diverse aree dell’Italia. I tickets che non rendono più gratuite alcune prestazioni che dovrebbero essere garantite nei livelli essenziali di assistenza (L.E.A.).

La libera professione intra moenia quando diventa costrizione per ottenere un servizio più celermente e può discriminare tra chi può e chi non può pagare. Per affrontare il secondo problema è opportuno considerare questi altri aspetti: un modello insufficiente di assistenza alle patologie cronicità e alle fragilità con una maggiore integrazione socio-sanitaria più omogeneo e diffuso nel Paese; una carente continuità assistenziale tra ospedale e territorio; l’insufficiente sostenibilità del sistema se non si potenziano gli interventi di prevenzione e non si considerano i determinati delle condizioni socio-economiche; la mancata valorizzazione delle risorse umane, delle professionalità con un incremento del burn-out e delle demotivazioni che portano gli operatori a lasciare anticipatamente gli ospedali; il livello preoccupante di burocratizzazione, foriera di sprechi ed inefficienze, che sottrae risorse e tempo alla cura degli ammalati.

La valutazione periodica delle differenze degli indicatori di salute della popolazione nelle varie aree geografiche quali la speranza di vita alla nascita, la mortalità evitabile, le cause di morte, la qualità di vita libera da malattia e disabilità (siamo agli ultimi posti nelle persone sopra i 65 anni in Europa), dovrebbe costituire un’attività istituzionale dei gestori della sanità. Un monitoraggio continuo che disegna la mappa della salute della popolazione italiana nelle varie province che insieme ai risultati del programma nazionale esiti dell’ Agenas, che valuta le performance delle strutture ospedaliere, può individuare le maggiori criticità per mirare gli interventi.

Il Servizi Sanitario nazionale può essere rilanciato invertendo la rotta mettendo al primo posto la salute dei cittadini in termini di politiche non solo sanitarie ma anche industriali, ambientali, sociali e fiscali, implementando i progressi scientifici osservando l’appropriatezza delle prestazioni ed il massimo ritorno delle risorse economiche investite evitando gli sprechi e l’inutilità.

Non per ultimo il rinnovamento del nostro S.S.N. non può non passare per la valorizzazione delle uomini e donne che lavorano in questo settore con percorsi formativi uniformi all’Unione Europea.

 

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