Sondrio , 22 maggio 2019   |  

Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre testimone della Shoah

di Gabriella Stucchi

Solo la lettura diretta del libro può far rivivere in pienezza il dolore, lo strazio, l’umiliazione di chi è stato vittima di questi orrori, ma insieme comprendere la forza e il coraggio di chi la racconta, soprattutto ai giovani, per aiutare, attraverso la memoria, a costruire un mondo più giusto e umano.

L. Segre1

Il libro si apre con la Presentazione del card. Carlo Maria Martini che da Gerusalemme l’11 ottobre 2004 esprimeva i suoi sentimenti di gratitudine “per la profondissima testimonianza di umanità che toccherà il cuore di tanti altri che leggeranno il libro”.

L’autrice, Emanuela Zuccalà introduce l’edizione riveduta e aggiornata in cui sono raccolti passi di conferenze e di conversazioni private di Liliana Segre.

Inizia con la sua infanzia, in casa con la famiglia, ebrea non praticante, alunna di seconda elementare, quando apprende che, in seguito alla legge del 30 settembre 1938, non potrà più frequentare la scuola pubblica, perché ebrea. È la stessa Liliana che descrive gli sconvolgimenti subiti: i controlli della polizia, l’isolamento, l’indifferenza delle persone, poi la guerra, nel 1942, quando con la famiglia sfollò a Inverigo, dove non esisteva la scuola privata ed era costretta in casa con il nonno Pippo affetto dal morbo di Parkinson. Le leggi di Norimberga rendono ancora più dura la discriminazione; da qui la fuga in Valsassina, poi a Castellanza; la morte dei nonni, rinchiusi prima nel carcere dei Fossoli, poi di san Vittore a Milano, e infine deportati ad Auschwitz, uccisi con il gas e bruciati perché erano ebrei.

Poi la partenza per la Svizzera, con la speranza di trovare un’accoglienza. Ma non è così: al comando di polizia di Arzo sono condannati a morte. A tredici anni Liliana entra da sola nel carcere femminile di Varese; nella cella erano rinchiuse una ventina di donne ebree. Dopo pochi giorni è trasferita nel carcere di Como, sola, poi a Milano a San Vittore, in cui uomini e donne sono insieme. Quaranta giorni col papà, che subisce interrogatori, poi abbraccia la figlia. Toccanti i sentimenti espressi da Liliana. Il 30 gennaio 1944 più di 6000 ebrei sono deportati ad Auschwitz, mentre i detenuti di san Vittore dalle celle salutano, con sincera amicizia: Liliana esprime la sua sincera gratitudine per questa vicinanza di persone ritenute assassini ma pieni di tanta umanità. Alla Stazione Centrale di Milano, al binario 21, i vagoni sono riempiti fino a cinquanta- sessanta persone per ognuno. Pianti, preghiere per chi ha fede, poi silenzio...

La descrizione degli stermini ad Auschwitz il 6 febbraio 1944 è drammatica. Liliana, che ha dovuto lasciare per sempre la mano del papà, risulta tra le 31 donne scelte per la vita ed entra nel lager femminile di Auschwitz-Birkenau, l’epicentro dello sterminio degli ebrei e viene completamente denudata, con impresso il numero 75190. Vestita a righe, quando esce nella neve le viene mostrata la ciminiera in fondo: è il crematorio dove le persone vengono uccise con il gas: là erano finite le persone lasciate alla stazione. Anche la vita nelle baracche è straziante. Sporcizia, dormire con gli zoccoli sotto la testa, lavoro al chiuso (vera fortuna, dato il freddo), morti volontarie di disperazione oppure con il calcio del fucile di qualcun altro.
Liliana parla del tragitto che compiva ogni mattina per recarsi nel campo di lavoro, senza volgere lo sguardo altrove, chiudendosi in sé, per non essere sopraffatta dallo sconforto da ciò che la circondava. La sera, una fetta di pane nero umido con un cucchiaino di margarina. La notte rumori, fischi, minacce...

Il 27 gennaio 1945 è imposta la partenza da Auschwitz perché i russi avevano scoperto e abbattuto i lager. Liliana percorre (trascinandosi con altre donne) le strade della Polonia prima e della Germania dopo: una marcia della disperazione, fino a Malchow. Qui Liliana è colpita da un grosso ascesso che invade fino all’ascella, che le viene tolto con due sforbiciate all’ambulatorio dove, suo malgrado, è costretta a recarsi. Una settimana dopo viene curata con la penicillina nell’ospedale americano allestito a Jessennitz e così guarisce. Alla guarigione fisica si unisce la liberazione. Liliana cita un episodio che segnerà tutta la sua vita: accanto a lei passa il comandante, c’è a terra la pistola. Liliana è tentata di ucciderlo, ma il valore della vita la trattiene. “Da quel momento sono stata libera” – scrive Liliana.

Nella seconda parte del libro Liliana Segre si propone come “testimone della Shoah”. Assume questo impegno come “dovere” di fronte ai giovani, a cui narra le sue vicende personali e familiari, citando i nomi delle sue compagne defunte, rispondendo alle domande degli studenti, soffermandosi sul tremendo evento di Auschwitz.

Nell’ultima parte del libro sono riportati scritti di chi ha sentito parlare Liliana Segre in questi ultimi anni: sono espressioni di ammirazione, ma soprattutto di ringraziamento per essere un’”icona di pace”.

Solo la lettura diretta del libro può far rivivere in pienezza il dolore, lo strazio, l’umiliazione di chi è stato vittima di questi orrori, ma insieme comprendere la forza e il coraggio di chi la racconta, soprattutto ai giovani, per aiutare, attraverso la memoria, a costruire un mondo più giusto e umano.

Emanuela Zuccalà “Sopravvissuta ad Auschwitz – Liliana Segre testimone della Shoah – Paoline – euro13.00

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