Sondrio, 09 settembre 2017   |  

SpecialCoffee, esempio di successo del “made in Italy”

di Alberto Comuzzi

Fondata da Alfredo Padelli nel 1999 a Rogolo, l'azienda, specializzata nella torrefazione del caffè, ha conquistato i mercati di 35 Paesi

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Può una passione sconfinata per il sapore e il profumo del caffè diventare un business? Sì, come dimostra SpecialCoffee, l'azienda fondata da Alfredo Padelli nel 1999 a Rogolo. La sua è una storia aziendale di successo, ma anche la storia di una famiglia che ha saputo valorizzare l'aroma, il gusto e la crema del perfetto espresso “made in Italia”, esportandolo in oltre 35 Paesi del mondo. Per gli amanti delle statistiche, più di un milione di tazzine di caffè consumate al giorno sono prodotte con gli oltre 3 milioni di chilogrammi di caffè crudo lavorato annualmente da SpecialCoffee. Nei primi mesi del 2013 l'azienda di Rogolo, ha inaugurato il nuovo stabilimento produttivo. Il nuovo impianto di torrefazione utilizza una tecnologia Brambati “eco-friendly” (di ultima generazione) in grado di ridurre le emissioni di CO2 grazie al recupero di calore, cioè la capacità di riciclare l'aria calda durante il batch (infornata). Si tratta di una tecnologia che, come tengono a sottolineare i titolari di SpecialCoffee, «dal punto di vista qualitativo garantisce ancora migliori, più affidabili e costanti risultati, che esaltano le caratteristiche naturali dei caffè», mentre per quanto riguarda l'energia, «l'azienda ha scelto di utilizzare energia verde rinnovabile».
Alessandra Padelli, figlia del fondatore dell'azienda, ha risposto alle nostre domande confermando quante opportunità offre il “made in Italy” per chi lo sa proporre all'estero.

In quali mercati opera principalmente la sua azienda, da quanto tempo e con quali modalità?
SpecialCoffee è presente in: Germania, Rep. Ceca, Cile, Ungheria, Iran, Russia, Svizzera, Arabia Saudita, Olanda, Moldavia, Spagna, Gran Bretagna, Polonia, Slovenia, Austria, Irlanda, Serbia, Albania, Ukraina, Afghanistan, Estonia, Libano, Romania, Lettonia, Canada, Bielorussia, Cypro, Francia, Danimarca, Nuova Zelanda, Dubai U.A.E., Lituania. In Germania, SpecialCoffee opera praticamente da sempre con una buona copertura del mercato in termini di numerica clienti, aree e canali. Mercati invece più recenti sono quello cileno e quello iraniano. La partnership che preferiamo è quella per cui, dopo aver individuato uno o più importatori/distributori (a seconda dalla complessità delle operazioni doganali) si riesce a costruire una collaborazione in cui gli ingredienti principali sono la fiducia e la condivisione di know-how (SpecialCoffee condivide la sua passione per il caffè, mentre l’importatore/distributore la sua profonda conoscenza del mercato in cui opera).

Quanto "pesa" in termini percentuali l'internazionalizzazione sull'intero fatturato?
La quota export di SpecialCoffee è di circa il 75% dell’intero fatturato.

Nella sua esperienza qual è stato il mercato estero più problematico e quello con maggiori margini di successo?
I mercati più problematici forse sono stati: l’Iran (prevalentemente per questioni doganali); l’estremo oriente (in cui tuttora SpecialCoffee non è presente, a causa di un importante gap culturale, che può essere colmato con importanti investimenti in comunicazione oppure con il tempo); gli USA (che richiedono onerosi investimenti di marketing ancora prima che il prodotto arrivi nel mercato, il che rappresenta una grande barriera all’entrata nel mercato USA per le Piccole e medie imprese italiane). I mercati con maggiori margini di successo: la Germania (aiutati dall’amore dei tedeschi per la cultura e il cibo italiani oltre che per la vicinanza logistica) e il Cile, grazie alla partnership che siamo riusciti a costruire con il nostro importatore.

Nella sua azienda ha dovuto specializzare delle figure ad hoc per affrontare l'internazionalizzazione? I costi che ha dovuto sostenere per acquisire competenze nello specifico settore sono stati onerosi in rapporto ad altre voci destinate alla formazione?
L’internazionalizzazione è la sintesi di un ben più complesso sistema di collaborazioni, modi di esportare, prodotti, culture, persone e modus operandi mai uguali. Chi affronta l’internazionalizzazione deve avere più informazioni possibili sui mercati e soprattutto avvicinare le persone e i mercati con flessibilità e senza preconcetti (culturali in primis). I costi che si sostengono sono soprattutto quelli del learning-by-doing (imparare attraverso l'agire) e legati allo sviluppo di esperienze dirette. Infatti le informazioni possono dare qualche indicazione iniziale e di base sui mercati, ma poi ci sono molte altre variabili che “internazionalizzano” e che dipendono da più variabili: l’azienda stessa, il partner, i prodotti, i mercati, i canali..

L'internazionalizzazione di cui oggi si parla tanto è quindi un'esigenza imprescindibile per la maggior parte delle imprese italiane?
Negli ultimi anni l’internazionalizzazione è stata presentata come un must per le aziende. In realtà l’internazionalizzazione dovrebbe essere un’opportunità in più e non l’unica via per la sopravvivenza delle imprese italiane. (3.continua)

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