Dal 7 al 10 Aprile Re Carlo d’Inghilterra e la regina Camilla saranno in visita ufficiale in Italia. Al Quirinale saranno ricevuti con tutti gli onori dal presidente Sergio Mattarella, mentre le Camere riunite ascolteranno un discorso del Sovrano. È previsto anche un incontro con il Pontefice e colloqui con Giorgia Meloni e Antonio Tajani. A solennizzare l’evento promosso anche un passaggio delle Frecce Tricolori insieme con le Red Arrows, l’omologa pattuglia acrobatica della Royal Air Force.
L’ambasciatore britannico, lord Edward Llewellyn, ha tenuto a sottolineare che «Regno Unito e Italia sono alleati storici e partner strategici dal G7 alle Nazioni Unite» e che la visita dei Reali «accentuerà le già ottime relazioni bilaterali oltre a rimarcare l’amicizia tra i due Paesi».
Quello che si diranno in separata sede Mattarella, Meloni, Tajani e Re Carlo non finirà certo sui giornali. Dobbiamo solo augurarci che il Sovrano britannico non venga a perorare la guerra contro la Russia e soprattutto che il Presidente della Repubblica, con il garbo che lo contraddistingue, gli ricordi la volontà di pace della stragrande maggioranza del popolo italiano.
La storia ci ha insegnato che Londra ha guardato all’Italia badando sempre ai propri interessi, purtroppo. La stessa unità del nostro Paese è stata favorita dalla corona inglese non per amore verso gli italiani, ma per eliminare lo Stato pontificio e nel 1914, complici anche gli eccellenti servizi segreti britannici, re Giorgio V, con promesse e lusinghe, riuscì a convincere Vittorio Emanuele III ad entrare nel conflitto.
In pochi mesi l’Italia abbandonò la neutralità (lasciando la Triplice Alleanza, trattato stipulato con Germania ed Austria-Ungheria nel 1882) per scendere in guerra, nel Maggio 1915, insieme a Regno Unito, Francia e Russia (che costituivano la Triplice Intesa).
Nel Marzo 1915, caduto il Governo Giolitti, che era schierato a favore della neutralità, gli subentrò Salandra, che s’assunse la responsabilità di entrare in guerra, nonostante l’opposizione della maggioranza del popolo, del parlamento, di diversi ministri e, soprattutto, la mancanza di fondi.
Il costo della guerra fu pagato con l’accensione di un debito pubblico di circa 20 miliardi di lire e con prestiti esteri, nei confronti, guarda un po’, della Gran Bretagna (pari a 611 milioni di sterline) e degli Stati Uniti (pari a 1.648 milioni di dollari).
Sappiamo poi come finirono le promesse fatte all’Italia da Britannici e Statunitensi il 10 Settembre 1919, data in cui fu firmato il trattato di pace di Saint-Germain.
Come si sarebbe conclusa la Prima guerra mondiale per francesi e inglesi senza quei 3 milioni e mezzo di soldati messi in campo dall’Italia?
Le vicende italiane si sono intrecciate spesso con quelle della Casa reale inglese riverita da molti media affascinati dalla capacità dei Windsor di avere esercitato sempre il potere in modo accorto.
Il 15 Maggio 1991 il ministro degli Esteri, Gianni De Michelis, rende noto che, secondo il rapporto messo a punto dalla società Business International, l’Italia è diventata la quarta nazione più industrializzata del mondo dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Infatti il Pil (la somma dei beni e servizi finali prodotti sul territorio) era arrivato a 1.268 miliardi di dollari, contro i 1.209 della Francia e i 1.087 della Gran Bretagna.
Un anno dopo, il 2 Giugno 1992, sul Royal Yacht Britannia, il panfilo della Regina Elisabetta attraccato a Civitavecchia, salgono alcuni finanzieri della City per valutare il futuro economico dell’Italia.
Tra gli ospiti, in veste di relatore, Mario Draghi, direttore generale del Tesoro, che descrive la vendita degli asset statali come un’occasione per accrescere le potenzialità produttive dell’Italia. Si parla inoltre di privatizzazioni, di prospettiva dell’euro, di un’Italia all’improvviso sull’orlo di default, tanto che il mese successivo, il presidente del Consiglio, Giuliano Amato, procede (di notte come i ladri) ad un prelievo forzoso dai conti correnti.
Ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile che, in meno di un anno, il nostro Paese sia finito dalle stelle alla polvere. Quante aziende straniere e quante società finanziarie hanno tratto vantaggio dallo smembramento economico del nostro Paese?
Tuttora a molti italiani sfugge il vantaggio che avrebbero ottenuto dall’Unione economica e monetaria Europea, il Trattato di Maastricht del 1992.
Oggi gli argomenti in discussione sono i dazi Usa, il dollaro come moneta di riserva mondiale, il riequilibrio dell’export/import statunitense e della sua connessa rinascita industriale. Siamo alla vigilia di un nuovo ordine globale con potenze come Stati Uniti, Cina, Russia, India destinate a spartirsi il mondo.
Gran Bretagna e Francia, come altri Stati europei, devono prendere atto che il loro ruolo non può più essere egemonico. È perdente anche il loro modello culturale imperniato sull’ideologia woke che nega l’evidenza, come per esempio, che la famiglia tradizionale sia quella naturale.
I “volonterosi” europei hanno un futuro? Certamente, sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti.